La voce di Sufjan Stevens tocca corde estreme

sufjan stevens milano 21 settembre 2015 recensione

Teatro della Luna, Assago (Milano), 21 settembre 2015. Si può riaffermare la vita concentrandosi sulla morte? Sì. È ciò che succede ai concerti del tour di Carrie & Lowell, spiega Sufjan Stevens alla platea milanese, ringraziandola per il momento di condivisione e scusandosi per la tristezza della musica. Carrie & Lowell, il suo ultimo lavoro, è un album autobiografico, ispirato alla morte della madre (con la quale il cantante ebbe un rapporto tutt’altro che facile). È normale che i tour facciano riferimento alle ultime incisioni di chi sale sul palco, ma lo show di Stevens è concepito davvero come una messa in scena del disco. C’è pochissimo spazio per il resto del repertorio, e nullo per la comunicazione col pubblico (tutto esaurito, al Teatro della Luna di Assago): è una macchina che va avanti senza sosta, una combinazione di suoni-luci-immagini chiusa nella sua esecuzione ma aperta alla meraviglia di chi ascolta.

Carrie & Lowell è un album di suoni scarni e sparsi, in prevalenza acustico, con una chiara matrice folk. Per la resa dal vivo, Stevens ha però pensato di servirsi di una band e ri-lavorare tutti gli arrangiamenti. Va ricordato che Sufjan è sì un campione del cantautorato, ma è anche un musicista dagli interessi disparatissimi. E se gli bastano la voce e corde di una chitarra per spezzare qualsiasi ascoltatore, allo stesso tempo è autore di arrangiamenti fantasiosi, ricchi, persino sovrabbondanti. Dal vivo le canzoni di Carrie & Lowell partono spesso in modalità acustica, ma vengono poi sostenute e rimodellate da più strumenti, in un mix di elettrico ed elettronico che, lasciato alle spalle il folk, mira dritto verso un pop di gran classe, accompagnato da complessi giochi di luce e filmati di sfondo. Solo No Shade in the Shadow of the Cross non riceve alcun trattamento e resta totalmente acustica. Ma chi si tratti della sola chitarra o di climax arrivati al rumore bianco, il comandamento è sempre lo stesso: l’intensità. Il suono impeccabile di questo viaggio nell’Ade è spesso fatto di effetti vocali e lame sonore evocative di un’atmosfera sospesa, in penombra. Una musica popolata di spettri, come la scrittura (e la mente) del suo autore.

Ci vuole l’encore per tornare ai successi del passato e cambiare ambientazione. Senza aggiungere particolari effetti scenici né sonori, Stevens mette in fila una serie di perle capaci di fermare il tempo. Nell’ordine: Concerning the UFO Sighting Near Highland Illinois, For the Widows in Paradise, For the Fatherless in Ypsilanti, Casimir Pulansky Day e Chicago. Chi conosce questi titoli già sorride; chi non li ha mai ascoltati può provvedere al più presto e rimanere a bocca aperta. Se Stevens è ormai considerato un maestro, è merito di pezzi come questi: creazioni di rara purezza, cantate da una voce sottile e commossa, capace di ricreare un’intimità assoluta e naturale in qualsiasi situazione la incontriate, compreso il più vasto dei sold out.

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