Disturbanti e alieni, gli Swans colpiscono il pubblico di Milano con un’esibizione magistrale

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Gli Swans sono atterratti all’Alcatraz di Milano per un concerto unico. La band statunitense ha colpito gli spettatori con un’esibizione fuori da ogni schema. La recensione della serata del 12 ottobre 2014.

Alcatraz, Milano, 12 ottobre 2014. Ascoltare un concerto degli Swans è un’esperienza ai limiti del disturbante. Sì, disturbante. Nell’accezione più poetica che possa esistere. C’è qualcosa nei loro suoni che potrebbe essere il sottofondo che riecheggia nell’Ade. E Michael Gira, con quella sua faccia tormentata, è un moderno Caronte, traghettatore di anime penitenti. Come gli spettatori che si sono accalcati sotto al palco dell’Alcatraz di Milano, dove la band statunitense ha suonato domenica 12 ottobre, grazie all’organizzazione di Dna Concerti.

I cigni di New York, cupissimi e osannati dalla critica, portano avanti la loro violenta sperimentazione musicale cominciata più di 30 anni fa. Il live comincia con dieci minuti di gong e distorsioni, simili a un parassita sottocutaneo impossibile da eliminare. Gira sale sul palco per ultimo, di nero vestito. Frankie M si trascina per un tempo che sembra infinito, con i giri di basso di Christopher Pravdica a indicare la via maestra. Poi è la volta di A Little God in My Hands, tratta dall’ultimo disco degli Swans, quel To Be Kind applaudito come uno dei capolavori dell’anno.

Ma “essere garbati” è un proposito sfuggevole (o comunque secondario) per Michael Gira, che si piazza di spalle al pubblico per lunghi minuti, quasi come volesse estraniarsi insieme agli altri sul palco, per trovare l’alchimia perfetta. La seguente The Apostate, che chiudeva il precedente album The Seer, rispetta fedelmente i quasi 25 minuti della versione in studio. L’apostasia, l’abbandono della propria religione, termina con un Gira inginocchiato a versarsi in testa dell’acqua. È il battesimo di un uomo inquieto. Intanto il fido Norman Westberg alla chitarra angoscia quanto basta con accordi tragici.

La doppia batteria, Phil Puleo e Thor Harris, innalza le canzoni a marce solenni di disperazione. Alle tastiere Christoph Hahn, personaggio che sembra uscito da un film dei fratelli Coen, regala effetti sonori figli dell’alienazione, scintille di allucinazioni. Just a Little Boy e l’inedita Don’t Go fanno trasparire tutto il dolore di Gira, ex tossico, ex detenuto, ex vagabondo. Il frontman si lascia andare a un balletto scomposto, forse nelle intenzioni mima un cigno, durante l’ultima canzone: una sorta di medley tra Bring the Sun e l’inedita Black Hole Man. È l’emblema di un musicista e di una band che sembrano umani, ma forse, probabilmente, vengono da un’altra galassia.

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