Operazione nostalgia: i Take That tornano in scena a Milano

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di Laura Ritagliati
Foto di Francesco Prandoni

Mediolanum Forum, Assago (Milano), 13 ottobre 2015. Non si esce vivi dagli anni ’80, cantavano qualche tempo fa gli Afterhours. Ma anche sopravvivere al decennio successivo non è stato da meno. Musicalmente parlando, gli anni ’90 sono stati testimoni di due fenomeni diametralmente opposti: da un lato passeranno alla storia come il decennio del grunge, dall’altro hanno visto la nascita della massima espressione del pop, ossia le boy band. Questa sera al Mediolanum Forum va in scena uno dei gruppi che ha fatto la storia di quest’ultimo genere.

Sorelle maggiori in delirio, urla e grida per ogni apparizione in tv, facce pulite dai grandi sorrisi stampate su tutte le copertine delle riviste, video musicali patinati. Ecco le prime cose (e ricordi) che associo al nome Take That. Confesso subito di far parte della generazione appena successiva, quella dei Backstreet Boys e delle Spice Girls per intenderci, ma nonostante ciò essere qui stasera fa un certo effetto. Universalmente considerati una delle boy band di maggior successo di tutti i tempi – 30 milioni di album alle spalle e più di 7 milioni di fan presenti ai loro live – i Take That hanno scelto Milano come ultima tappa del loro tour europeo.

La band, ridotta a trio, torna in concerto nella capitale meneghina a distanza di quattro anni. Ormai orfani di Robbie Williams e Jason Orange, lo scorso dicembre Mark Owen, Gary Barlow e Howard Donald hanno pubblicato III, settimo album in studio anticipato dal singolo These Days. Pensando alle tournée precedenti, quando effetti speciali e performance spettacolari erano superlativi, le aspettative per questo live sono molto alte.

Una volta entrati all’interno del Forum è quasi impossibile non notare l’imponente palco che si estende fino a metà parterre: due passerelle laterali abbracciano il pubblico fino a congiungersi in una piattaforma circolare posta al centro del palazzetto. L’inizio dello show è introdotto da un lungo siparietto che fa sembrare di essere capitati in uno di quei musical che affollano i teatri del West End di Londra. Circa una decina di coloratissimi ballerini, insieme a una nutrita band, accompagnano in un crescendo di musiche e danze l’ingresso dei tre protagonisti. Palco affollatissimo, ahimè non si può dire lo stesso del Forum.

Pochi ma buoni: le urla e il calore dei fan presenti sono da sold out. Mark in fucsia, Gary in blu e Howard di verde vestito danno il via alla serata al grido di «Good evening Milan!». Sugli schermi ai lati del palco vengono trasmesse le immagini delle signore in prima fila agghindate con parrucche e trucchi fluorescenti, in tinta con gli abiti dei loro beniamini. La prima parte della scaletta è formata dai brani più recenti della carriera della band: si inizia con I Like It, per continuare con Love Love, Greatest Day, Get Ready For It. Un sudatissimo Mark Owen si cimenta con alcune frasi in italiano, cedendo poi la parola a Howard che sentitamente esclama: «Grazie per essere con noi dagli anni Novanta!».

Produzione di altissimo livello: gli effetti speciali, le scenografie e i balletti sono degni dei tour spettacolari che i Take That portavano in giro per il mondo vent’anni fa. Sulle note di The Garden il palco viene trasformato in un cartoonesco fondale marino: gigantesche meduse di gommapiuma, alghe colorate, cavallucci marini da fare invidia alla Sirenetta. Le voci in alcuni momenti non sono al top, ma i tre sembrano ricordarsi bene di come si fa spettacolo. Pubblico in delirio sulle note di Could It Be Magic, cover del brano scritto da Barry Manilow nel 1973 e contenuto nel primo album della band Take That & The Party. È  subito “back in the days“. Si continua con Relight My Fire, Pray, Back For Good.

Stasera è stato un vero e proprio viaggio nel tempo, un flash back durato quasi due ore, dove Mark, Gary e Howard hanno dimostrato di non aver perso la voglia di mettersi in gioco, anche dopo venticinque anni di carriera. Quella andata in scena sarà anche una gigantesca operazione nostalgia, ma a giudicare da quanto visto i tre anche dopo aver superato i 40 anni, ci credono ancora e sembrano più forma di tante altre giovani boy band in circolazione. 

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