The 1975, serve più empatia e carnalità per spiccare definitivamente il volo

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di Arianna Galati
Foto di Roberto Panucci

Postepay Rock In Roma, 13 luglio 2916. Suede e Stereophonics, due sere fa, hanno suonato sullo stage più piccolino: ai 1975 l’onore invece del palco principale all’Ippodromo Capannelle, quello per gli headliner più attesi. D’altronde i loro successo parla più che chiaro: nell’onda del pop-rock dal sapore anni Ottanta, la band inglese ha conquistato un posto al sole. Il concerto rispecchia almeno parzialmente questo merito: parzialmente, ecco perché.

Ad aprire il live un gruppo che non ti aspetteresti accoppiato a loro e che riesce, ad un orario infame, a scaldare le numerose ragazze delle prime file. Non che manchi la compagine maschile, ma i The Kolors, capitanati da Stash e irrimediabilmente legati ad Amici, tendono ad attirare più le fanciulle. Il loro set è onesto, ricco di loop e preregistrazioni, ma va riconosciuto al batterista di non risparmiare i pestoni sui tamburi e a Stash un discreto piglio.

Durante il cambio palco non ci si annoia: le prime file dei fedelissimi accennano le canzoni dei 1975 per incitarli a venire fuori e dare spettacolo. Serve però una buona mezz’ora e una base ipnotica di loop elettronici per averli sul palco in un tripudio di urli al cielo. Sui maxischermi appaiono i segnali di videofrequenza disturbata ed è subito Love Me, pezzo orecchiabile in maniera irresistibile. Il frontman Matt Healy non lesina mossette e balletti che fanno alzare le grida delle fan, e procede spedito e dinoccolato nella scaletta. UGH! ha una buona resa dal vivo, e su Heart Out è il momento di lasciare spazio ad un breve assolo di sassofono. La sensazione è quella di un compito preparato e ben eseguito, con qualche sprazzo di spontaneità: i cinque inglesi sanno cosa fare e come farlo, senza troppi guizzi di fantasia e improvvisazione.

Sono sul palco da padroni, va detto. “Ladies and gentlemen, we are the 1975” struscia Matt nel microfono, ricevendo in cambio gli applausi come da copione. La sensazione è questa: sono bravi, conoscono le dinamiche e le sfruttano a loro piacimento.  D’altronde in poco tempo e con due dischi a stretto giro di pubblicazione la band britannica si è conquistata un posto non solo nelle classifiche, ma anche (e soprattutto) nel cuore del pubblico. Il merito sta nella miscela furbetta ma sapiente di synthpop e chitarre, condita da un frontman che sa come fare spettacolo, senza calcare troppo la mano, e soprattutto da canzoni con strutture melodiche in grado di entrare facilmente in testa. It’s Alright (So Far) ne è la riprova: il ritornello e il riff sono perfetti da imparare a memoria, si fanno ballare morbidamente e non deluderebbero nemmeno il critico più severo, perché sono tendenzialmente dei pezzi innocenti e puliti.

Il pubblico è preso, partecipe, si diverte e si vede – anche se sono tutti piuttosto statici sul palco, ad esclusione del cantante. Il set scivola lentamente verso una doppietta di brani più tranquilli – prima di ricominciare con i sussulti elettrici di Loving Someone. Che l’amore è l’argomento principale di conversazione tra The 1975 e i loro fan si è visto e sentito: «È lo show più grande che abbiamo fatto in Italia, grazie», dice Matt ad un pubblico in delirio. «Questa canzone è su di me» prosegue il frontman tra gli strilli sempre più alti, e introduce con genuina spocchia proprio Me, ipnotica ballata dedicata a se stesso e in generale al non perdere mai la bussola, seguita da un’acclamatissima Fallingforyou dall’atmosfera morbida e avvolgente.

Di fronte all’oggettività dei fatti, ovvero che i The 1975 hanno aperto una breccia tutta per loro nel cuore di adolescenti e ventenni, è anche vero che tendono a riproporre le stesse formule e suoni plastici nei pezzi, che creano atmosfera ma ad un certo punto possono stancare. Il talento c’è, le capacità di stare sul palco pure: ci vuole un po’ più di empatia e carnalità per spiccare definitivamente il volo.

Le foto del concerto

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