The Darkness, ironia ed energia da vendere al concerto di Bologna

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di Luca Garrò
Foto di Roberto Panucci

Il ritorno in Italia a sei mesi dalla splendida data di Pistoia, dimostra nuovamente quanto, tra le poche certezze rimaste nel grande circo del rock n roll, vadano annoverati certamente i Darkness. Paladini di un certo modo di intendere il rock, i quattro inglesi restano davvero una sicurezza totale dal vivo, ancor di più oggi che dietro alle pelli troviamo Rufus Taylor, per la seconda volta in Italia con la band e sempre più simile nel look al celeberrimo padre. Pesta come un forsennato il buon Rufus e il sound dei Darkness, da sempre incentrato su suoni ben precisi e ancorati agli anni Settanta, ne trae assoluto giovamento: ora la curiosità è quella di vederlo suonare brani scritti per lui, cosa che secondo le parole della band succederà molto presto.

Tornando alla serata bolognese, un Estragon pienissimo accoglie il gruppo con entusiasmo contagioso. L’occhiata che i musicisti si scambiano all’ingresso, in questo senso, parla da solo. I loro show sembrano ormai aver trovato la formula perfetta: scaletta bilanciatissima, con la solita preponderanza di brani dal disco di debutto Permission To Land, tiro mostruoso anche sulle (pseudo) ballad e un’attitudine che poche band così giovani possiedono. Che poi, così giovani i Darkness non sono nemmeno più, se consideriamo che da più di dieci anni il loro nome è sinonimo di energia e, soprattutto, ironia da vendere. Diciamoci la verità: la band non si è mai presa troppo sul serio e chiunque li abbia anche solo visti una volta dal vivo sa bene di cosa stiamo parlando.

È ormai quella la chiave scelta da Justin Hawkins anche per l’interazione col pubblico, che pare divertirsi davvero molto con le sue trovate. Epocale il siparietto fatto di scoregge emesse mettendo la propria mano sotto l’ascella, trovata triviale a metà tra la Corrida di Corrado e i film di Alvaro Vitali, che fa impazzire i presenti. Frontman di razza purissima, Justin è ormai consapevole del proprio carisma, tanto che si può permettere di prendersi poco sul serio per tutte le due ore di show, scimmiottando chiunque e prendendo tutti per i fondelli senza sosta. I pezzi che non possono mancare ci sono tutti, anche se sarebbe davvero bello risentire qualche brano dal troppo sottovalutato secondo album One Way Ticket To Hell… And Back, che ai tempi Classic Rock UK elesse album dell’anno. Insomma, il rock continua a perdere pezzi da novanta, ma è bello pensare di avere ancora una manciata di amici su cui contare.

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