Rolling Stones monumentali al Circo Massimo, un’attesa ripagata fino all’ultimo istante

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Il concerto dei Rolling Stones al Circo Massimo è stato un grande successo, tra canzoni storiche  e una capacità di tenere il palco superiore a ogni altra band. Sono ancora loro i migliori. Ecco la recensione dell’esibizione del 22 giugno 2014 a Roma. Foto di Roberto Panucci

Circo Massimo, Roma, 22 giugno 2014. Come è possibile parlare con obiettività di un concerto storico? Non capita spesso di assistere a un’esibizione che ha tutti (ma proprio tutti) i presupposti per restare incisa nella memoria musicale di un intero Paese. Questo è stato lo show dei Rolling Stones al Circo Massimo. Vuoi per il luogo, vuoi per chi suonava, vuoi per tutte le aspettative che questo evento si portava dietro da mesi. Che poi andrebbe forse scritto Evento, con la E maiuscola. Perché se il primo sentimento con il quale si aspettava lo show era un’ansia mista ad adorazione dovuta a quel “sì, questa è proprio l’ultima volta che li posso vedere e quindi fa niente se sono mummie, se non sanno più suonare, se proprio non ce la fanno”, la verità a fine concerto si rivelerà un’altra.

Altro che vecchietti: quei quattro hanno ancora molto da insegnare. Poi si potrà anche parlare degli errori (pochi comunque), ma i Rolling Stones hanno dimostrato di essere del tutto all’altezza della propria (autoalimentata) fama. E bando alla retorica che viaggia facile in questi casi. Niente patto col diavolo, nessuna divinità del rock ‘n’ roll. Mick Jagger, Keith Richards, Ron Wood e Charlie Watts sono esseri umani come tutti gli altri. Solo che sono di un livello superiore. Molto superiore. E se dopo 50 anni il loro mito prosegue incorruttibile agli acciacchi della vecchiaia, il motivo è semplice: sono i Rolling Stones.

L’ingresso nel Circo Massimo non è da gladiatori (posto che qui correvano le bighe, gli squartamenti erano al Colosseo), ma da imperatori. Entrano e per prendere in mano la situazione (cosa vuoi che siano 75mila persone?) bastano pochi istanti: il primo riff di Keith e due mossette di Mick. Tutti gli (eventuali) dubbi sono spazzati via come non fossero mai esistiti: sarà una grande serata. Si parte subito al massimo. Jumpin’ Jack Flash ed è delirio. Gli Stones sono davvero loro e tutte le aspettative vengono rispettate. La scaletta è devastante. Non una pausa nelle due ore di concerto. Ma già dopo l’attacco servirebbe una maschera di ossigeno per metà del pubblico. Non per loro, che lì sul palco viaggiano a un’altra velocità con Mick che già gronda sudore.

E così Let’s Spend The Night Together, It’s Only Rock and Roll (But I Like It) e Tumbling Dice scorrono in un lampo per la gioia di un pubblico davvero di tutte le età, dai 10 ai 70 anni. Si riprende fiato e si iniziano ad ascoltare con un po’ più di attenzione i dettagli. E allora si scopre che l’acustica è perfetta (caso più unico che raro in Italia) e che proprio per questo non ci sono reti per salvarsi in caso di caduta. Niente rumori confusi per nascondere gli errori.

Spicca la classe cristallina di Charlie Watts, che con quella batteria fa ciò che vuole. Mentre Keith Richards è quello che più degli altri ha risentito dello scorrere del tempo: i riff sono inconfondibili, ma gli assoli non hanno lo smalto di una volta. E anche l’appoggio dell’amico Ron Wood non è sufficiente a mascherare qualche (ma a Keef con quella faccia non si può che perdonare tutto) sbavatura, soprattutto nella prima parte del concerto. Poi le martoriate dita del chitarrista si scalderanno e faranno scatenare il pubblico. Nel frattempo il vecchio Mick ha già percorso il palco decine di volte quando sul palco per Streets of Love sale un certo Mick Taylor, che aggiunge ritmo al brano (quanta classe in quella chitarra!).

Guarda le foto del concerto dei Rolling Stones a Roma.

È la volta dell’ospite, quel John Mayer che aveva aperto lo show. La canzone è Respectable ed è qui che si mostra tutta l’umanità di Jagger, ma anche la sua impressionante classe, mista a quel mestiere che lo ha reso (e lo rende tuttora) il più impressionante animale da palcoscenico della storia del rock. Mick prende una nota troppo alta e stecca l’attacco. Sono in pochi ad accorgersene, anche perché con grande nonchalance va dal tastierista sculettando come sempre, da consumato attore qual è, e gli fa un cenno per farsi dare la nota giusta. La voce torna alla tonalità in un attimo e prosegue alla perfezione come nulla fosse accaduto.

È un tempo brevissimo, non più di tre secondi. Ma ecco chi è Mick Jagger: non un dio della musica ma un uomo che (raramente) può sbagliare. Quanti altri artisti sarebbero stati capaci di recuperare in quel modo una situazione del genere? Pochi. E un errore così dà ancora più gusto al concerto perché dimostra che, sì, sono proprio loro a suonare e cantare. Keef con la sua artrosi alle dita e Mick con il suo fisico efebico e le sue mosse inimitabili. E una voce che è ancora tra le più belle del rock, non importa se non raggiunge più l’acuto di Honky Tonk Women.

You Got The Silver cantata da Keef è da brividi e da qui inizia il meglio dello show. Mick torna sul palco per la perla della serata, una Midnight Rambler devastante, con Taylor che si riprende la scena che fu sua negli anni Settanta per un assolo sontuoso. L’interpretazione di Jagger è perfetta: irride il pubblico, lo provoca, lo stimola e lo tiene in tensione. E quando suona l’armonica lascia senza parole: non si parla abbastanza della sua bravura con lo strumento a bocca. È da qui che il concerto decolla definitivamente. Anche Keef torna più preciso.

I capolavori vengono snocciolati uno dopo l’altro. Simpathy For The Devil, Miss You, Brown Sugar e una magnifica Gimme Shelter. Fino al gran finale con You Can’t Always Get What You Want e (I Can’t Get No) Satisfaction. Il Circo Massimo è ai piedi dei Glimmer Twins. È andata come doveva andare. Anzi, meglio. Perché hanno dimostrato quello che non avevano bisogno di dimostrare. Che erano la più grande rock band del pianeta 50 anni fa. E che lo sono ancora.

@AlviseLosi

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