Tiziano Ferro ha imparato a volare (in ogni senso)

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Stadio Olimpico, Torino, 20 giugno 2015. Tiziano Ferro comincia da qui il nuovo capitolo della sua carriera, il più importante tra i numerosi che affollano i suoi quattordici anni di musica ad alti livelli. Un tour negli stadi, come i nomi più imponenti. E di fatto ormai lo è anche lui, giusto? Un nome imponente.

Aveva promesso delle sorprese per questa nuova avventura e, a dirla tutta, l’avvio è da superstar di calibro internazionale: sulle note di Xdono, il singolo da cui tutto è iniziato, lo schermo a centro palco simula un’esplosione, si apre e mostra un Tiziano in volo, catapultato a 15 metri d’altezza. Atterra in smoking e papillon, con la faccia da schiaffi di un divo di Broadway, se non fosse che il cavo dell’imbracatura che lo ha reso un intrepido Peter Pan gli finisce contro il volto proprio mentre saluta la città di Torino e fa scappare una risata. Oh andiamo, è un po’ come andare al saggio di fine anno dell’amico di sempre: l’intoppo prima o poi arriva, ma serve a rompere il ghiaccio e mettere a proprio agio.

L’elaboratissimo show inizia e il colpo d’occhio è eccezionale. Ci sono più schermi a led su quel palco che a Time Square a New York. Come direbbe il direttore del Jurassic Park: “qui non si bada a spese”. Ma basta parlare della produzione mastodontica, il cantante di Latina aveva premesso che la musica sarebbe stata il centro del suo tour e in effetti il coinvolgimento con il quale canta ogni singolo brano ne è la prova. I movimenti inizialmente sono pochi, ma scelti con cura. Mi ricorda qualcuno, qualcuno che sta proprio in alto nel mondo del pop, ma lì per lì non riesco bene a focalizzare.

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Su Indietro la platea di oltre 35mila fan accorsi all’Olimpico sorprende lo stesso Ferro e arriva quasi a commuoverlo. La scaletta è sorprendente, perché tra Sere Nere, E Fuori è Buio, Ti Scatterò Una Foto, Perverso, Imbranato e chi più ne ha più ne metta viene fuori un vero best of. Una mossa di quelle che di solito le band e gli artisti di grossa portata tirano fuori a fine carriera, quando sono bolliti, non hanno materiale interessante e devono accontentare a tutti i costi il pubblico che ha speso una follia per assistere al loro show. Invece i fan di Tiziano hanno la fortuna di godersi un best of dal vivo, avendo speso una cifra decisamente accessibile per uno stadio, quando il loro beniamino è nel momento di massimo splendore, ancora pronto a scrivere grandi successi. Chissà in quanti, tra un applauso e uno “STOP! DIMENTICA”, si sono resi conto di questo.

La serata procede tra visual sempre più impressionanti e continui cambi d’abito. Ferro sembra Arturo Brachetti: passa da uno smoking nero a un vestito di raso rosso nel tempo di un suo “eh oh eh”. Ostenta grande sicurezza, ma si intuisce che dentro di sè sta saltellando in modo scomposto come quando la persona che ti piace ti ha appena salutato lasciandoti il suo numero di telefono. Su L’Olimpiade indossa il panciotto e il cappello e inizia a ballare, come fosse Ne-Yo, azzardando addirittura movimenti pelvici in stile Micheal Jackson, per poi lasciarsi avvolgere dai laser che prima proiettano la sua sagoma sulla curva – creando uno degli effetti più riusciti della serata – e poi accompagnano i brani più ballabili del repertorio, come in uno show di Stromae. Ma siccome la voglia di stupire è ancora tanta, Tiziano spicca nuovamente il volo in Le cose che non dici, questa volta in maniera molto più audace, attraversando più volte il palco e fermandosi a mezz’aria, senza smettere di ballare.

E se ci fossero altri colpi in canna? Nel bis, dopo due ore e venti di live e sulle note di Non me lo so spiegare, lo showman viene sollevato dalla pedana a metà passerella e trasportato sopra alle teste della platea, attraversando il prato dell’Olimpico in lungo e in largo, come fanno di solito i Kiss. Mentre inizio a essere un po’ stordito da tutti questi paragoni che mi saturano la mente, ecco arrivare il colpo di grazia con un’epifania: capisco chi mi ricordava fin dall’inizio. Tiziano Ferro è un po’ il Robbie Williams de’ noantri. Solo che invece di fluttuare nel proprio ego fluttua nel proprio entusiasmo. Tiene il palco, canta senza bluffare e dentro il calderone ci mette un po’ di tutto: la sua fede, la sua gratitudine, il suo riscatto. Esagera anche con un pacchianissimo “Vi amo” a tutto schermo, ma tutto sommato glielo si può concedere. Perché, che la sua musica piaccia o no, il suo percorso e il suo valore di performer non si possono discutere.

Apparentemente non è più il ragazzo che non riusciva a trattenere le lacrime di commozione sul palco del Festivalbar, convinto che fosse un sogno a occhi aperti. Ora è sul palco di uno stadio, il primo di tanti, ad arruffianarsi la città di Torino con frasi da piacione. Eppure ha ancora gli occhi lucidi, ha ancora il sorriso di chi sta vivendo un sogno, è ancora quel bravo ragazzo di Latina che dà scacco matto a tutto ciò che è finto nella musica italiana. Solo che adesso sa anche volare.

Guarda le foto del concerto.

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