Tori Amos, serata quasi perfetta a Milano tra poco presente e tanto passato

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Tori Amos torna a Milano per la seconda data del suo tour italiano. Grandi emozioni e serata da incorniciare. Ecco la recensione del concerto del 3 giugno 2014.

Teatro Nazionale, Milano, 3 giugno 2014. Il riassunto della serata è nel mutuo scambio di espressioni entusiaste tra Tori e i fan assiepati sotto al palco nei bis, per una serata di quelle da ricordare, dove tutto (o quasi) ha girato alla perfezione, dalla location alla prova vocale strepitosa della cantante, passando per una scaletta di quelle che fanno la gioia dei fan più devoti.

Tori Amos si presenta a Milano per la seconda data del mini tour italiano sulla scia dell’ultimo (tutt’altro che disprezzabile) album Unrepentant Geraldines. Se qualcuno si fosse spinto al teatro Nazionale per ascoltare i nuovi brani, mal per lui. Perché la cantante statunitense si presenta nell’incarnazione minimalista che tanto ama da qualche anno a questa parte, ovvero lei da sola armata di pianoforte a coda e tastiera (sostituita da un organo per una sezione dello show), e con una setlist che, a parte due estratti dall’ultima fatica, ignora in toto la produzione degli ultimi dieci anni. D’altro canto non è più tempo di cercare nuove leve nel pubblico e allora tanto vale solleticare le emozioni degli affezionati che la seguono da sempre. Che, eccetto qualche spettatore occasionale annoiato che passa la serata a giochicchiare con il cellulare, seguono estasiati e in religioso silenzio il suo percorso a ritroso nel tempo.

In kimono di seta rosso, nero e blu su leggings di pelle e tacco 12, Tori sale sul palco con qualche minuto di ritardo sul previsto e parte con Parasol, da The Beekeeper, non esattamente il più pop dei suoi lavori, e poi Space Dog, da Under The Pink, uno dei suoi album più amati. La scaletta per lei è un canovaccio dal quale poter derogare in qualsiasi momento a seconda delle vibrazioni che arrivano dalla platea, e così già al terzo pezzo ecco un’imprevista Silent All These Years, dall’album di debutto. A cavallo del suo sgabello dondola dal piano alla tastiera con il consueto approccio unico, carico di sensualità e ironia mentre l’acustica perfetta rende una volta tanto giustizia a un’esecuzione straordinaria, ricca di sfumature e assolutamente priva di incertezze anche nelle tonalità più alte.

Black Dove, Cooling e una sentita Concertina precedono la prima novità della serata, Wild Way, che non patisce affatto il confronto con il passato. Rispetto alle date del tour europeo Tori lascia fuori qualche brano più popolare al grande pubblico, come Scarlet’s Walk e Crucify, per far spazio in compenso a chicche molto amate dai fan più fedeli come Your Cloud e Not The Red Baron. Da brividi la cover di Time di Tom Waits, mentre Over The Rainbow, inserita di propria volontà nella sezione dedicata alle richieste dei fan, viene appesantita da un’interpretazione un po’ troppo carica, perdendo della leggerezza che il brano richiede. Poco male.

Quando parte Cornflake Girl (unica concessione, insieme a Sixteeen Shades Of Blue, all’uso di una base registrata) buona parte del pubblico scatta per assieparsi sotto al palco e godersi da vicino il finale. Dopo una trascinante Take To Sky tocca proprio a Sixteen Shades Of Blue “guadagnarsi” la palma di unica nota stonata della serata, non tanto per la canzone in sé ma piuttosto per la scelta di eseguirla con la base e con un ritornello in buona parte in playback, con Tori che quasi non canta sopraffatta dai cori registrati. L’impressione è quella di un inserto promozionale per il nuovo album un po’ fine a se stesso. Retrogusto poco piacevole spazzato via dalla conclusiva 1000 Oceans. Saluti, baci e di corsa in camerino. Si replica a Padova il 4 giugno.

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