Tori Amos, a Padova un concerto che resterà negli annali

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Tori Amos in grande forma per l’ultima data del tour italiano. Show superlativo per la cantante. Ecco la recensione del concerto di Padova del 4 giugno 2014.

Gran Teatro Geox, Padova, 4 giugno 2014. Mi trovo in una posizione un po’ strana, forse difficile: essere una grande fan di Tori Amos che deve descrivere a tutti, anche all’ascoltatore occasionale, che cosa è stato il concerto di Padova, il terzo di questo tour 2014 in Italia. La verità è che senza conoscere lei, la sua discografia, la sua fanbase, sarà probabilmente impossibile rendersi conto di quanto la serata sia stata speciale. Questo concerto a posteriori sarà probabilmente ricordato come uno dei più importanti degli ultimi anni per la cantante statunitense.

Posso ricordare, per aiutarvi a capire, che Tori ha 50 anni, è al quattordicesimo album in studio, ha inciso una quantità enorme di B sides e cantato forse più cover di qualsiasi altro artista con la sua popolarità, per un totale di più di duecento canzoni. E ogni sera, da vent’anni, cambia la scaletta. In particolare in questo tour, dove contrariamente alla logica promozionale sta eseguendo due o al massimo tre brani per data dal suo nuovo album Unrepentant Geraldines e ha scelto di lasciare come unica certezza Parasol, del 2005, che con il suo nuovo arrangiamento (ma lei lo chiamerebbe «vestito») fa sempre gli onori di casa.

Il concerto inizia sul classico: una toccante Winter, una Caught a Lite Sneeze che – pur perdendo in live parte dell’aggressività del disco – morde, una Northen Lad che già di suo squarcia, e che una provvidenziale pioggerella su «and when you’re only wet because of the rain» rende magica, perché è successo. Poi ecco le sorprese: debutta Liquid Diamonds, mai eseguita in questo tour, rarissima anche in quello del 2011, e forse Tori non riesce a tirare fuori tutta la sua voce, che risulta a tratti affaticata, ma questo pezzo difficilissimo ha un fascino particolare, e guardarla suonare con disinvoltura piano e pianola contemporaneamente è già di per sé uno spettacolo. Dopo i diamanti, la perla: segue Oysters, uno dei brani più belli e sentiti del nuovo album; Tori canta «I’m working my way back to me again» con la sua voce cristallina, togliendosi gli occhiali, sorridendo. E noi sappiamo che sì, è proprio vero.

Con una pioggia scrosciante parte Marys of The Sea, libera dalle briglie di quel disco melenso che è The Beekeper, poi segue Leather che Tori usa per riposare la voce. Seguono Garlands, con il suo piano essenziale e maestoso, e Virginia, uno dei brani più belli di Scarlet’s Walk. Per la sezione dedicata alle cover abbiamo Rattlesnakes di Lloyd Cole e A Case of You di Joni Mitchel, che aprono la strada al momento più intenso della serata: quello di Toast, uno struggente addio di Tori a suo fratello, morto in un incidente d’auto. Dopo tanti anni è ancora evidente quanto questa canzone – che non a caso esegue pochissimo – le faccia male: subito dopo, per stemperare l’atmosfera, fa la sciocca mescolando gli spartiti e scherzando con il pubblico, come se non avesse gli occhi lucidi, come se non sapesse che noi siamo ancora tutti in lacrime.

Non ci siamo ancora ripresi e comincia la più grande sorpresa della serata, e una delle più grandi del tour finora: On The Boundary, un brano del rinnegato Y Kant Tori Read del 1988. L’aveva eseguita soltanto una volta, nel 2011, e mentre l’incredulità è ancora nell’aria parte un’altra doppietta pazzesca, Mother e Ieee. A questo punto Cornflake Girl con la base registrata – giustamente indicata come neo da molti, nelle altre date – è comunque perdonabile, soprattutto perché permette di sfogare l’emozione correndo sotto al palco, gridando, battendo le mani e cantando. Un gran peccato invece la base su Wedding Day, unica altra canzone del nuovo album, digeribile solo perché la sera prima, a Milano, 16 Shades of Blue era stata deturpata per lo stesso dannato motivo. Ma dopo un concerto del genere non ce ne frega veramente niente, delle basi, tanto più che Tori sembra voler chiudere con il mash up tra Personal Jesus dei Depeche Mode e la sua Body and Soul , che ormai, si sa, fa sempre quando è felice, quando sente di aver spaccato.

Siamo tutti pronti ad andarcene, invece c’è ancora una sorpresa buttata lì così, come una bomba: Etienne, un altro amatissimo e rarissimo brano da Y Kant Tori Read. A questo punto, la classica Ehy, Jupiter di chiusura può soltanto impacchettare con un fiocco una data incredibile, un vero e proprio dono che Tori ha voluto fare ai suoi fan accaniti, quelli che con o senza macchina sono arrivati al Geox, che per incontrarla si sono seduti nel parcheggio sotto al sole, e che per dieci anni di album bruttarelli, di canzoni insulse, di Photoshop e botulino l’hanno comunque aspettata, convinti che un giorno sarebbe rinata.

«Non hai mai visto il fuoco, finché non hai visto Pele esplodere», cantava in Boys for Pele, nel 1996. E finalmente ieri, a Padova, abbiamo rivisto il fuoco.

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