I bravissimi Twenty One Pilots dimostrano che i generi musicali non esistono più (e non è un problema)

Twenty One Pilots Milano 8 febbraio 2016
di Tommaso Cazzorla
Foto di Francesco Prandoni

Alcatraz, Milano, 8 febbraio 2016. C’erano una volta i generi musicali, ben separati e definiti, e adesso non ci sono più. Questo è quello che mi ritrovo a pensare, stipato in un Alcatraz dato per sold out con largo anticipo, mentre i Twenty One Pilots vincono a mani basse la sfida della prima data da headliner a Milano, lungamente attesa dopo il grande successo dell’esibizione agli Mtv EMA dell’anno scorso.

Per il duo dell’Ohio le cose sono successe molto in fretta: un paio di album autoprodotti per farsi notare dal pubblico americano, la firma per Fueled By Ramen, etichetta molto attiva sul fronte emo-pop, un disco – Vessel – che nel 2013 li lancia a forza di singoli tra i grandi nomi della scena alternativa americana e Blurryface, sequel che rincara la dose e grida “siamo qua per restare”. Il tutto sempre accompagnato da un’attenzione naturale per l’estetica urban e un’attitudine innata al grande show.

Già dai primi pezzi l’impatto è fragoroso. La band infila uno dietro l’altro alcuni dei suoi brani migliori: Heavydirtysoul, Stressed Out, Guns For Hands, Migraine, Polarize ti colpiscono senza neanche lasciarti il tempo di riflettere, anche perché risulta difficile scorgerli tra la fitta selva delle braccia alzate dei loro giovanissimi e pressati fan. La setlist si concentrerà, come è ovvio che sia, sugli ultimi due album, quelli che li hanno fatti arrivare al grande pubblico, mentre sul palco è un susseguirsi di trovate sceniche.

Davvero non si direbbe che siano solo in due. Nonostante Josh Dun sia vincolato alla batteria (almeno formalmente), non si risparmia in salti e capriole fino ad abbozzare un assurdo stage diving con la pedana della batteria sorretta dal pubblico. Tyler Joseph invece sembra semplicemente dotato del dono dell’ubiquità. Canta, suona, si arrampica. Ti distrai un attimo e lo vedi con occhiali da sole, camicia hawaiana e ukulele per House Of Gold, lo perdi e te lo ritrovi issato su una torretta dalla parte opposta del palco, all’altezza del banco del fonico di sala, mentre urla il finale dell’intensa Car Radio. Come ci è arrivato? Perché nessuno l’ha visto? Ha un gemello? Ha assunto uno stuntman?

Sul palco si susseguono gli espedienti scenici: dal passamontagna che indossano in apertura e che è uno dei loro simboli, ai coriandoli rossi e bianchi sparati in aria mentre i due si accaniscono sui timpani per il gran finale con Trees. Ma come scrivevo nell’incipit quello che più mi colpisce della band è la naturalezza con cui spazia da un genere all’altro, spesso nel corso della stessa canzone. E mentre io sono lì a chiedermi se questa attitudine sia figlia dell’era della grande accessibilità musicale che stiamo vivendo o frutto della schizofrenica sensibilità artistica di Tyler, loro frullano qualsiasi riferimento stilistico senza alcun riserbo o timore. L’ukulele in precedenza citato non è solo una mera trovata ma è strumento portante in almeno tre brani, salvo poi passare con leggerezza a inserti tecno o drum’n’bass. Il rap è forse l’unica costante, che si sposa di volta in volta con atmosfere dub, ritmiche new-soul o refrain ariosi dalla facile presa. La stessa strumentazione cambia secondo le esigenze del duo, rendendo indispensabile l’uso di tracce pre-registrate. C’erano una volta i generi musicali, ben separati e definiti, e adesso non ci sono più. Non sembra essere affatto un problema per la musica del 2016 e noi abbiamo soltanto da guadagnarne.

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