A Milano i Vaccines hanno dimostrato di essere pronti a prendersi qualcos’altro

vaccines Milano 12 marzo 2016 recensione
di Redazione
Foto di Elena Di Vincenzo - testo di Eleonora Gasparella

Fabrique, Milano, 12 marzo 2016. I Vaccines dal vivo sanno benissimo quello che stanno facendo. Se si pensa di andare a sentire un gruppo di giovanotti con una manciata di singoli costruiti per le radio e basta, beh si rimane a dir poco sorpresi. Il Fabrique è praticamente pieno, quando i cinque ragazzi di Londra tornano a calcare i palchi italiani dopo 4 anni.

L’ultima volta era il 2012, quando uscì Come Of Age. Ora il gruppo vuole far conoscere al suo pubblico il terzo lavoro: English Graffiti e lo fa con una scaletta che si compone ovviamente in gran parte di pezzi di quest’ultimo disco. Quando fanno il loro ingresso sul palco, in sordina, e attaccano le prime note di Handsome, ci rendiamo subito conto di avere davanti cinque perfezionisti. Perfezionisti della scrittura, della composizione dei brani, ma soprattutto della performance dal vivo (ricordiamoci che i Vaccines hanno suonato tra gli altri con Rolling Stones, Muse, Arcade Fire e Stone Roses, e non è cosa da poco).

Man mano che le canzoni proseguono, quello che si fa sempre più chiaro è che siamo sì davanti ai Vaccines, ma siamo soprattutto davanti al cantante Justin Young: è lui che il pubblico vuole, ed è lui che vuole conquistarlo, a sua volta. Ci ha già tutti in pugno quando, dopo alcuni pezzi da English Graffiti, schiaccia il piede sull’acceleratore con Wetsuit, che scatena un intenso sing along e manda tutti in fibrillazione. Young è ora un reverendo, un predicatore: senza più chitarra, in mano tiene solamente il microfono spiegandoci le sue canzoni parola per parola, guardandoci negli occhi e facendoci ben capire tutto ciò che si deve percepire dai suoi pezzi. Parla poco tra una canzone e l’altra, ma abbiamo sempre la sua voce ben fissa nelle orecchie.

Quando il gruppo suona Post Break Up Sex, Justin si muove sul palco, s’inginocchia e si siede, alza le mani al cielo e poi di nuovo verso di noi, creando un’empatia sempre più grande. Tutto il Fabrique è incantato dalla musica dei cinque, così loro ricambiano partendo con la cavalcata finale, dove infilano le canzoni che tutti sanno a memoria e vogliono sentire.  Wreckin’ Bar (Ra Ra Ra) e poi a raffica 20/20, I Always Knew e If You Wanna, ogni singola persona nel locale si accende, si carica come una molla, alza le mani e le batte a tempo dei pezzi incitata dal frontman, assoluto padrone della scena.

La mia percezione mentre la serata volge al termine, è che i Vaccines nel 2016 vogliano gridare a tutti che sono grandi ormai, che hanno finito di essere una band da divertimento e da singoloni e che ora sono pronti a prendersi qualcos’altro. La fusione con il pubblico è ormai completa e il concerto si chiude con la lenta All In White. I ragazzi se ne vanno per un po’ a riprendere fiato e a bere dalle loro bottigliette d’acqua, asciugarsi la fronte e riposare. Per l’encore ritorna Young, da solo, e attacca No Hope, per proseguire poi con il resto della band e chiudere con altri due brani.

La sensazione che ho addosso quando apro la porta d’uscita del Fabrique è piacevole, e sorrido. Justin Young e i suoi ragazzi volevano convincerci, e l’hanno fatto. Volevano farci vedere quello che sono in grado di fare ancora una volta, e ancora nel modo in cui lo sanno fare meglio: su un palco, con le loro canzoni, non solo canzonette. Let’s all sing along togheter. Shall we?

Commenti

Commenti

Condivisioni