Un folletto schivo e geniale: Van Morrison strega Brescia

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di Alvise Losi
Foto di Mathias Marchioni

Piazza della Loggia, Brescia, 6 giugno 2015. Non c’è niente da fare. I concerti estivi nelle piazze italiane evocano emozioni che nessun altro luogo riesce a manifestare (e di certo non le distese di cemento milanesi o le desolate lande “fuori le mura” romane). E così prendere la macchina e guidare poco più di un’ora per arrivare in piazza della Loggia a Brescia diventa meno stressante, sapendo di stare per assistere a un live di alto livello, in una location prestigiosa. Poi, certo, dipende anche dall’artista che sta per esibirsi, e Van Morrison è una di quelle divinità della musica per le quali spostarsi è solo un piacere.

Compirà 70 anni tra poche settimane, il buon Van, ma la sua voce è ancora quella di tanti anni fa, quando con Astral Weeks e Moondance aveva sorpreso il mondo della musica con due album che stavano tra loro come il sole e la luna, dopo un exploit come Brown Eyed Girl, ottima premessa e promessa di un futuro successo, e l’esordio col botto con un pezzo scolpito nella storia del rock come Gloria (inciso qualche anno prima insieme ai Them). Tutti capolavori che Morrison ha avuto la magnanimità di riproporre a Brescia, per la gioia dei suoi fan.

Noto per essere capace di esibizioni magnetiche sul palco, ma anche per essere profondamente umorale, l’artista nordirlandese ha deciso di riproporre il meglio della sua incredibile carriera. Piccolo, grassoccio, nascosto da completo, cappello e occhiali neri (un John Belusci invecchiato), Van è uscito sul palco appena scoccate le 21 e ha iniziato a suonare il suo sax, che avrebbe ripreso più volte durante la serata, in alternativa all’armonica. E alla voce naturalmente. Inconfondibile tra mille e ancora in perfette condizioni: limpida quando serve e sporca per cantare BB King quando è il momento di un omaggio al maestro.

Non è uomo di tante parole (ringrazierà un paio di volte in tutto il concerto, ed è già molto) né uno di quei performer trascinanti, ma se ne capisce la classe quando il pubblico scoppia in applausi spontanei dal nulla, a metà di una canzone, dopo un paio di note uscite un po’ così da quel suo sax del quale non sarà un virtuoso, ma che risulta essere davvero un’estensione del suo pur piccolo corpo. Non cerca l’applauso Van, ma dopo 50 anni di carriera certi meccanismi sono istintivi: non serve dimenarsi sul palco o arringare il pubblico per stregarlo. È il segreto del jazz, uno dei tanti generi dai quali Morrison ha attinto per creare quel suo sound unico, a metà tra soul, blues e folk, che tanto ha lasciato in dote alle generazioni successive.

Un uomo di poche parole, ma di grande intensità. Che, verso la fine di Gloria, ultimo brano in scaletta, dopo essere già rientrato due volte e un’ora e mezzo di concerto, esce senza dire nulla, lasciando i suoi bravissimi musicisti a chiudere la canzone e a prendere i meritati applausi. Quelli che la piazza rivolge anche a lui, sparito nel retropalco e forse già lontano. Più che una divinità un folletto. Irruento con la musica e schivo con le persone. Ma geniale.

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