Un concerto di Vasco va visto almeno una volta nella vita

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di Laura Ritagliati
Foto di Mathias Marchioni

Stadio San Siro, Milano, 17 giugno 2015. Rimanendo in tema con la giornata, stasera mi sento come agli esami di maturità. Prima prova, tema. Titolo: “La mia prima volta a un concerto di Vasco Rossi.  C’è chi dice – anche i più insospettabili – che il Blasco almeno una volta nella vita vada visto dal vivo, un po’ come Bruce Springsteen (perdonatemi il paragone forse un tantino azzardato), a prescindere che tu sia fan o meno. Io li ho presi in parola.

Il clima fuori e dentro allo stadio è rovente. Nonostante manchino quasi due ore all’inizio del concerto il Meazza è già affollato: è un tripudio di selfie, panoramiche, video, (quasi) tutti rivolti verso il palco, che appare come una sorta di maestosa astronave. Lo ammetto, non sono mai stata una fan di Vasco, ma l’emozione del momento sta cominciando a prendere il sopravvento.

Puntuale come un orologio svizzero, alle 20.45 fa il suo ingresso il Komandante. Look total black, berretto e occhiali scuri d’ordinanza, da il via alle danze con Sono innocente, brano che dà il titolo all’omonimo e ultimo album. Bastano poche note per farmi uscire dalla bocca, quasi senza accorgermene, un «grande Vasco». Chi l’avrebbe mai detto. Noto il tocco magico di Stef Burns alla chitarra, ipnotico. Oltre ai nuovi pezzi in scaletta c’è spazio anche per i grandi classici che hanno segnato la carriera di Vasco – oltre che la storia della musica italiana – come Siamo soli.

Guardando giù dalle tribune mi accorgo che la vera festa è nel parterre: balli, braccia alzate, gente che canta in cerchio attorno a luci e fumi colorati fanno assomigliare il tutto a un rito religioso. Il Blasco dall’alto del palco ci guarda quasi incantato. Sembra esserci una strana luce nei suoi occhi, che trasmette lo stupore tipico degli esordi, come se fosse ancora fermo a quel 26 maggio 1979, data del suo primo concerto in Piazza Maggiore a Bologna.

La vetta heavy della serata si tocca con Sballi ravvicinati del terzo tipo, dove le luci vanno a tempo con la batteria di Will Hunt e le chitarre di Burns e Vince Pastano. Tutto lo stadio saltella sulle note di Rewind, a tal punto che l’ondeggiare del mio seggiolino mi provoca un mix di esaltazione e preoccupazione. C’è anche il lancio di un reggiseno sul palco, come da manuale del “perfetto concerto rock”.

Nel corso della serata il protagonista non parla mai al suo pubblico. O meglio lo fa “solo” attraverso le sue canzoni, che dal vivo – adesso ne ho la certezza – sono magicamente più intense. Non scopro stasera che i testi di Vasco parlino di e a quell’inquietudine dell’essere umano, ma qui, questa sera, mi sembra che tocchino le anime delle persone con una forza che non conoscevo. Osservandolo sul palco penso alle sue parole: «Io scrivo le canzoni per gioco, faccio dischi per scherzo, poi salgo sul palco e faccio sul serio». È proprio così. Avevano ragione, Vasco almeno una volta nella vita va visto.

Guarda le foto del concerto.

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