Il “nuovo” Vasco è un riuscito mix tra passato e presente

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di Mariangela Agrusti
Foto di Roberto Panucci

Stadio San Nicola, Bari, 7 giugno 2015. Live Kom atto IV: Bari ha fatto da arena per il debutto di Vasco Rossi. Il cittadino onorario della “Puglia creativa” è tornato dopo un anno di assenza dai palchi per la solita folta platea, quella delle “affinità elettive”, che lo attendeva in religiosa attesa (circa 50mila presenze) mentre sgranava il rosario delle sue canzoni. Alle 21.30, l’”attesa estatica” è stata annunciata dalle note della suite Zoya di Dmitrij Šostakovič: una sinestesia di suoni e luci (otto pod a creare un tetto luminoso) che illuminava il Blasco e la band mentre uscivano sul palco. La scenografia non ha creato il colpo d’occhio della preannunciata astronave, ma lo spettacolo è ben decollato.

Sono innocente ha aperto una sfilata di 28 brani, dove, oltre ai pezzi nuovi, ampio spazio è stato dato ai grandi classici (più della metà) con il recupero anche di pezzi meno noti, che grazie ai nuovi arrangiamenti non hanno affatto mostrato il peso di oltre 30 anni. Nel percorso iniziale c’è spazio anche per Duro incontro L’uomo più semplice, ma ci vogliono un arrangiamento più heavy e la personalità del Blasco per nascondere la loro minore intensità musicale. Ma l’atmosfera si scalda comunque, e diventa bollente quando comincia Deviazioni: «Credi che basti avere un figlio per essere un uomo e non un coniglio?». E qui Stef Burns e Vince Pastano si sono divertiti con i suoni delle loro Schecter. La band è la stessa dello scorso anno: al basso Claudio “Gallo” Golinelli, alla batteria Will Hunt (preso in prestito dagli Evanescence), il “lupo maremmano” Alberto Rocchetti alle tastiere, al sax “Cucchia” (Andrea Innesto), alla tromba Frank Nermola e ai cori di Clara Moroni. Il primo blocco prosegue con Dannate nuvole  per poi procedere con la riedizione di Credi davvero, dal rivoluzionario album del 1982 Vado al massimo, ché tanto «non sono gli uomini a tradire mai i loro guai» – per riprendere il filo lessicale con l’ultima hit Guai.

Vasco non canta. Al solito, ti parla mentre canta. In alcuni momenti sussurra volutamente. La potenza dei suoi brani ti fa dimenticare che siano passati 36 anni di palchi, dal primo del 26 maggio del 1979 a Bologna – quando il numero dei componenti della band superava quello degli spettatori che fuggivano disorientati – ai quattro sold out a San Siro dello scorso anno. I pezzi “vecchi” sono di una attualità disarmante, come se fossero stati scritti ieri, e questo musicalmente significa davvero «tanta roba», come aveva preannunciato lui stesso riferendosi allo show del Live Kom 015. Quando l’arrangiamento più heavy non si coniuga col carattere delle canzoni, la bellezza delle riedizioni emerge anche senza fronzoli, in versione acustica. È così per La noia – durante la quale Vasco non trattiene la commozione – che chiude una tripletta formata da una meravigliosa e lenta Nessun pericolo… per te e da Luna per te, con Vince Pastano alla chitarra acustica e il Gallo al contrabbasso.

Il terzo blocco ripete lo stile del precedente: vecchi pezzi intervallati da un paio di nuovi. Tra i momenti migliori, un medley prog rock che ha visto intrecciarsi T’immaginiMi piaci perché e Gioca con me. Si conclude con i soliti vertici, i punti fermi dei suoi live: a Sally e Siamo solo noi seguono Vita spericolata e (sorpresa!) Canzone, durante la quale riappare la commozione sul volto, come in Rewind (con Vasco che si stupisce per il casino che proprio lui è in grado di creare). Si chiude, naturalmente, con la certezza di ogni scaletta, Albachiara.

Il protagonista della serata è sembrato rilassato e in ottima forma: il palco “gli dona” sempre e comunque. Non ha tradito il pubblico, mantenendo, nonostante qualche annuncio, una certa continuità con gli spettacoli precedenti, e concedendosi solo leggere variazioni di percorso: la forma più distorta del suono è stata bilanciata dalle parentesi acustiche. Si è mosso poco sul palco: il linguaggio del corpo è sobrio, a parlare sono state soprattutto l’intensità del suo volto e la consapevolezza sempre maggiore di quanto siano le parole, pronunciate e pesate una a una anche quando leggere, a essere il centro di tutto. La sincerità è un lusso che possono permettersi pochi cantautori.

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