Il gran ritorno del Komandante a San Siro: quanto Vasco c’è in ognuno di noi

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Riflessioni su Vasco durante un concerto di Vasco. Il più grande artista italiano è tornato a San Siro per ribadire un concetto: è unico. La recensione della serata di Milano del 4 luglio 2014. Foto di Francesco Prandoni

Stadio San Siro, Milano, 4 luglio 2014. Se penso che un anno fa ero in questo stesso stadio ad ascoltare Bruce Springsteen un po’ mi scende una lacrima. Nulla contro Vasco, anzi. Grande concerto. Aspettate a chiudere pagina: non avete sbagliato articolo. Continuate a leggere. È proprio un mio problema con Springsteen, nel senso che sono un fan malato. Forse dovrei lavorarci su, ma non ne ho poi tanta voglia. Ed è questo l’effetto che la musica fa, credo, non solo su di me, ma un po’ su tutti quelli che sappiano cosa voglia dire essere fan di un cantante. Allora perché iniziare così una recensione sul grande ritorno di Vasco Rossi a San Siro? Nessuna provocazione, ma mi sembrava un buono spunto per riflettere. Perché in fondo c’è sempre (almeno) un artista per il quale ognuno di noi prova una profonda infatuazione o un’affinità elettiva. E in Italia nessuno più di Vasco è riuscito a creare questo tipo di rapporto con il suo pubblico.

Vasco l’ho amato. Tanto. Oggi un po’ meno. Forse è normale. Si dice a volte che l’innamoramento passi e l’amore resti. Per quanto mi riguarda il problema è musicale. Non voglio aprire polemiche: semplicemente mi piaceva di più la musica del Vasco di un tempo. Questione di gusti. La musica la devi sentire sottopelle. E poi magari il prossimo album di Vasco mi farà reinnamorare. Non ho preconcetti. Ne sarei anzi felice. Fatto sta che mi ritrovo in una situazione concettualmente simile a quella di Catullo con Lesbia, ma all’opposto. Catullo diceva di continuare ad ardere d’amore ma di non provare più sincero affetto. Amare et bene velle. Io sono al contrario nel senso che non lo amo più, ma l’affetto c’è. Forse esagero con i paragoni, ma è questo ciò che mi suscita uno come lui. E quasi nessun altro in Italia c’è riuscito (si parla in soggettiva). Solo Fabrizio De Andrè e Lucio Dalla. Vasco è uno dei pochi a cui voglio davvero bene. Alla faccia dei suoi detrattori che sparano a zero senza argomenti. Ma anche di quelli che lo amano da ospedale psichiatrico, sragionando e osannandolo con frasi come “Vasco non si discute, si ama”. Come fosse un dio. A prescindere. E invece no. È un fottuto uomo. Lo è sempre stato. Ed è questo che lo rende Vasco.

Ora direte: hai già scritto due paragrafi e ancora non ho letto nulla sul concerto (se proprio non ce la fate scorrete in giù ancora un po’). Ma il punto è proprio questo, non trovate? Vasco è uno che incuriosisce, stimola il pensiero e il ragionamento. Pone e fa porre domande. E il fatto è che è talmente uomo (e non un insipido dio) da essere capace di far riflettere gli altri anche mentre è sul palco. È lì che canta con quei suoi occhi lì e intanto io penso, ma canto anche. E quindi il “mio” concerto è stato un gran concerto di musica del Blasco, ma anche un gran viaggio mentale. E se volete sapere com’è andato (il concerto, non il mio viaggio mentale) dovete continuare a leggere.

Guarda le foto del concerto di Vasco a San Siro.

Abbiamo scritto molto di Vasco nelle ultime settimane. Troppo secondo qualcuno (facile rispondere che è dovere di cronaca parlare di un artista in grado di mobilitare oltre 400mila persone in sette concerti). Ne abbiamo parlato, dicevo, in molteplici modi, dando diversi spunti di riflessione e differenti punti di vista. Dall’articolo che tanto ha fatto scalpore Perché non andrò mai (più) a un concerto di Vasco, a un’intervista al Komandante in persona, a un pezzo che spiegava perché il Blasco sia l’unica vera rockstar italiana. Mi sono riletto tutti questi articoli. E poi mi sono detto: perché sono l’unico che non ha scritto di Vasco?

Eccomi qui allora a continuare con il mio delirio pseudofilosoficomusicalblaschiano (questa è più lunga di supercalifragili…). Non voglio entrare in banalità assolutiste o acuire il gioco dei campanilismi che tanto funzionano in questo nostro magnifico e provinciale Paese. Ho la fortuna di aver visto tanti concerti ed è vero che Vasco è qualcosa più di una rockstar. È un rocker. Chi lo nega o ha preconcetti o non ha mai visto un concerto rock di un artista internazionale. E lo è (anche) perché ha sul palco dei musicisti che sanno suonare come una band. E qui mi fermo per non fomentare antagonismi e dualismi che mi nausea continuare a sentire o leggere in centinaia di commenti sui social network.

Che dire allora sul concerto? Intanto che la scaletta parla da sola. Poi che Vasco non era così in forma da anni (e non mi riferisco ai problemi di salute del 2011). La voce c’è: limpida negli alti, a volte inedita nei bassi. E l’interpretazione è come sempre la sua arma in più. Lo è sempre stata e non la perderà mai. Sgombriamo poi subito il campo da un equivoco: non c’è nessuna svolta metal. C’è Vasco che ha deciso di vestire le sue canzoni con arrangiamenti più rock rispetto al recente passato. Molto belli nella maggior parte dei casi. Tutto il resto è ricamo.

È arrivato il momento di spiegare il perché di quella lacrima iniziale. Come avevo detto, non era di rimpianto a Springsteen, ma di affetto a Vasco. Perché se l’anno scorso era stato un grande anno per il rock a San Siro, quest’anno oltre al Blasco solo i Pearl Jam hanno tenuto in alto la bandiera del Rock ‘n’ Roll. Oltre alla band, agli arrangiamenti, alle canzoni (mica poco), è il protagonista a rendere tutto il concerto così intenso. E così vero. Con quella ironia che contraddistingue i testi dei suoi pezzi e che lui riesce a mettere in scena dal vivo. Con uno sguardo, un sorriso, un gesto. Non quelli più eclatanti (e volgari) di Rewind, ma quelli meno appariscenti, un buffetto buttato lì un po’ così. E poi non c’è nulla di più rock del coraggio di mostrarsi rasato (per non dire molto stempiato) a 62 anni. E, a proposito d’età, la tenuta fisica è notevole. Vasco corre e salta per due ore e mezza da una parte all’altra del palco e anche nelle passerelle che avanzano verso il pubblico.

Il rock, si diceva, è evidente dall’inizio, con quel gran pezzo che è Gli spari sopra. E poi ho ammesso di preferire il Vasco di un tempo, ma non è che Manifesto futurista sia una brutta canzone. Ci fossero altri cantautori che ne scrivono così. Tutto il concerto è ben calibrato tra vecchi classici e nuovi successi, tra brani più duri, altri più intimi e altri ancora da stadio. E così si passa da Vivere a La strega, da Sballi ravvicinati a Stupendo, da C’è chi dice no a Un senso. Questa capacità di mescolare è evidente nel medley che include Cosa vuoi da me, Gioca con me, Delusa, Mi si escludeva e una Asilo Republic che da sola vale tutto il concerto. Ed è qui che penso a un’eresia (per gli altri, non per me): sarebbe bello sentir cantare Vasco in versione unplugged in un club con non più di cento persone (e divieto di ingresso ai fan ciechi di cui sopra). I bis sono cinque e sono un crescendo di emozioni: Senza parole, Sally, Siamo solo noi e le due canzoni simbolo dell’intera carriera Vita spericolata Albachiara.

Ho un solo rammarico a fine serata: non aver mai visto Vasco negli anni Ottanta (ero ancora sotto il metro d’altezza…). Mi sono scoperto: i miei gusti musicali sono rimasti fermi agli anni in cui sono nato. Il Vasco prima di, lo Springsteen prima di, il Dalla prima di. Però ogni volta ci casco. Il Komandante suona e io faccio quello che “no, quest’anno salto” e poi vado a sentirlo. Qualcosa vorrà pur dire.

@AlviseLosi

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