Vasco può permettersi di fare cose che gli altri non osano neanche pensare

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di Luca Garrò
Foto di Roberto Panucci

Stadio Olimpico, Roma, 22 giugno 2016. Nell’estate del 1990, Vasco Rossi faceva il primo bagno di folla allo Stadio di Roma. Era l’estate dei Mondiali italiani e chi, frettolosamente, parlò di caso o di circostanza fortunata, nel tempo è stato smentito clamorosamente. Tuttavia era davvero difficile immaginare che, 26 anni dopo, il Blasco sarebbe riuscito nell’impresa di riempire lo stadio della Capitale per quattro sere consecutive. Quella sfida continua con se stesso, iniziata proprio durante le notti magiche cantate dalla Nannini e Bennato, oggi lo ha portato là dove nessuno aveva osato mai – e sarebbe riduttivo pensare che una cosa di questo genere sia accaduta semplicemente perché i quattro concerti capitolini sono anche gli unici della stagione.

Per l’occasione, Rossi pare tirato a lucido, tanto che gli anni dei problemi fisici che lo tennero fuori dai giochi per lungo tempo sembrano davvero un ricordo lontano. La prima gioia della serata arriva immediatamente, quando ancora non hai avuto modo di renderti conto che la band è già tutta sul palco: dopo anni, infatti, Lo show viene scelta come opener, segno inequivocabile che non ci troviamo davanti alla sterile riproposizione dei concerti della scorsa estate. Chi ha amato un certo Vasco, sa bene quanto il brano che dava inizio anche a Gli spari sopra, intriso di tutta la filosofia nichilista e rabbiosa che solo lui ha saputo cantare in questo modo, sia uno dei modi migliori per dare il via a serate come questa e il fatto che non venisse eseguita dal vivo dal 1999 rende il tutto ancora più emozionante. La successiva Lo vedi riporta subito lo stadio all’attualità, effettuando un salto temporale di vent’anni e ricordandoci che i brani di Sono innocente, dal vivo, comunque funzionano dannatamente bene.

La sensazione (forte) è che il Signor Rossi stia davvero bene e quando Will Hunt, con un solo di batteria che sembra quello di Painkiller dei Judas Priest, dà il via a Deviazioni, il pubblico è ormai completamente nelle mani del gruppo. La prima parte del live viene comunque dominata dalla produzione più recente, con l’introduzione di Accidenti come sei bella e le riproposizioni di Sono innocente ma…, Guai, Come vorrei e quelli che ormai sono due classici moderni della sua attività live, L’uomo più semplice e Manifesto futurista della nuova umanità. La scelta di lasciare nella seconda parte i veri classici, quelli che ricollegano il Vasco di oggi a quello decadente e fatalista di un tempo, è vincente: il crescendo di emozioni che porta dal violento interludio musicale (concluso da una splendida versione strumentale di Anima fragile) ad Albachiara è qualcosa che nessuno può permettersi nel nostro Paese, c’è poco da fare.

Tra una C’è chi dice no da brividi e una Sballi ravvicinati del terzo tipo che include accenni a Fegato, fegato spappolato, Sensazioni forti e Dimentichiamoci questa città, c’è ancora spazio per due brani più recenti come Quante volte e Vivere non è facile, che per intensità potrebbero comunque appartenere allo stesso periodo storico dei brani tra cui sono inserite. Ottimi anche i due medley, uno dei quali acustico, che hanno il merito di riportare in uno stadio un pezzo come La noia, tra le cose più belle mai scritte in Italia negli ultimi cinquant’anni. I bis, nemmeno a dirlo, sono l’apoteosi del Vasco-pensiero e concludono nel migliore dei modi un concerto durato quasi tre ore. Va ribadito: Vasco è in grandissimo spolvero e la scaletta del concerto rappresenta appieno le sue due anime (apparentemente) antitetiche. Nonostante la consueta tendenza alla nostalgia e alla rievocazione di momenti passati che non potranno mai tornare, allo stesso modo le sue liriche sono sempre state intrise di voglia di andare avanti e di speranza nel futuro. Un futuro che Vasco ci invita ad affrontare senza alcuna paura, perché il problema non è l’odio, quanto il terrore che esso è in grado di mettere nelle persone.

Clicca qui per guardare le foto del concerto.

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