Nemmeno la pioggia annacqua il valore dei Verdena

Verdena Milano recensione 2015

Estathè Market Sound, Milano, 12 giugno 2015. L’ultima volta a Milano non fu un disastro, ma quasi. Era l’inizio di marzo, e i Verdena portavano la terza data dell’Endkandez Tour all’Alcatraz – per l’occasione sold out. Chi c’era si ricorda di vari problemi tecnici, di un Alberto Ferrari piuttosto teso, di un suono non all’altezza della situazione. Ma il trio bergamasco era riuscito a compensare le deficienze tecniche con una massiccia dose di passione, trasformando in arte quello che (date le condizioni) poteva tranquillamente degenerare in un naufragio (spoiler: una parola che in qualche modo ha a che fare con il finale di questa sera).

D’altronde si sa: i Verdena sono dei buoni musicisti, ma soprattutto degli ottimi comunicatori di emozioni. Quando suonano puoi sentirli non solo con le orecchie: li senti nello stomaco. E – cosa ben più importante – le loro canzoni hanno colpito e continuano a colpire diverse generazioni, tanto che nella folla dei Mercati Generali ci si imbatte tanto in ragazzi freschi di diploma quanto in quarantenni, senza tralasciare tutte le età comprese tra questi due estremi.

Accolto dalle sferzate di punk contaminato degli Universal Sax Arena, mi avvicino al palco pensando che quei nuvoloni grigi non promettono nulla di buono. Ma a parte qualche goccia, il tempo tiene. E così, alle 22.20 arriva il momento di Roberta, Alberto e Luca, accompagnati da Giuseppe Chiara (prevalentemente alle tastiere, ma in alcune occasioni alla chitarra).

Il Volume 1 di Endkadenz viene letteralmente saccheggiato; sfilano le obbligatorie Un po’ esageri e Contro la ragione, ma anche l’energica Derek, l’inafferrabile Nevischio, la ballad fuori dagli schemi Diluvio e la perforante Puzzle. Incontro un mio amico che sente i Verdena per la prima volta nella sua vita, e su Sci desertico mi chiede se il suono sia un po’ distorto oppure se è proprio così che dovrebbe essere; gli spiego che è tutto sotto controllo, e che se i Verdena godono di una grande considerazione è anche grazie alla ricerca di un sound che non si accontenta di imitare, ma cerca una sua identità.

Ogni tanto spunta una citazione di altri tempi (Wow viene ricordato con Loniterp e un’intensissima Miglioramento, requiem rivive attraverso Muori delay e Il caos strisciante, Viba – tratta dal primo disco – scatena un principio di pogo), e dopo ogni pezzo ci pensa una spigliata e saltellante Roberta a ringraziare il pubblico. L’imponente Rilievo si trascina in una coda strumentale psichedelica che diventa una danza della pioggia: cantando la successiva Il caos strisciante (mai titolo fu più beffardo), Alberto inserisce tra le parole uno spontaneo “Cazzo, piove di brutto!”, perché gli scrosci d’acqua spinti dal vento si abbattono in diagonale proprio sulla band.

A questo punto la sensazione è che arrivi una comunicazione dal retro del palco, perché mentre Alberto si precipita alla tastiera Roberta si affretta a ringraziare tutti per essere venuti e per avere resistito al rapido – ma fatale – acquazzone. Parte Funeralus, il pezzo che nel corso di questo tour ha sempre significato la fine del concerto. Quando salutano tutti e se ne vanno, i fan sperano in un bis e li chiamano a gran voce; ma Alberto fa capolino dal retro e fa un gesto inequivocabile che potrebbe venire tradotto più o meno così: “Vi giuro che vorremmo continuare, ma non si può”.

La maledizione di Milano colpisce ancora? Macché. Invece delle consuete due ore, i Verdena hanno suonato “soltanto” un’ora e mezza. Ma è bastata eccome a ribadire il loro incontestabile valore.

Guarda le foto del concerto qui.

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