Nella “polvere” di Vinicio Capossela ci si sporca, ci si sente vivi e si balla

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di Francesco Chini
Foto di Valerio Spada

Auditorium Parco della Musica, Roma, 28 giugno 2016. Polvere aveva promesso Vinicio Capossela, e polvere è stata. La Cavea dell’auditorium non è forse gremita come nelle migliori occasioni, ma si tratta di un inizio. Come l’estate è iniziata da appena una settimana, così è appena agli inizi il Polvere Tour, col quale Vinicio tramuta per l’ennesima volta i suoi affreschi vivi in una rutilante quanto essenziale rappresentazione a metà fra teatro popolare e canzone, già a cominciare da una pittoresca scenografia fatta di spighe, sacchi di grano e pezzi di luminarie.

Polvere, si diceva: i brani dell’ultimo doppio album Le Canzoni della Cupa (un cd è intitolato Ombra e l’altro, appunto, Polvere) si occupano di smuoverla e adagiarla con agilità in due ore di folk sudato, anarchico e gioiosamente malinconico. Una fiesta che affastella storie di terra, grano, fieno. E dagherrotipi di genti dimenticate, di nuovo illuminate dal fuoco di festosi falò davanti ai quali allegri si radunano Dylan, Guthrie, Calexico e quel Matteo Salvatore la cui influenza in quest’ultima fatica Vinicio tanto tiene a mettere in risalto.

Il tutto nel contesto di un impianto bandistico tanto orchestrale quanto tribale e latino (sugli scudi non solo la chitarra battente e la vihuela di Victor Herrero, il guitarron di Glauco Zuppiroli, i tamburi cupa suonati da Agostino “Ago Trans” Cortese e Antonio Vizzuso e i fiati dei Mariachi Mexcal – al secolo Sergio Palencia e Angelo Mancini – ma anche la risonanza profonda dell’incontro coi già citati Calexico) a sublimare con efficacia il crooning waitsiano e l’istrionismo sguincio del mattatore Capossela. Che stavolta non ha neanche bisogno di strafare, potendo inanellare queste sue canzoni in una struttura narrativa che non è eccessivo definire simile a quella di un concept: dalla bestia nel grano che apre le danze, alle allegorie rurali di storie e vissuti che omaggiano la figura femminile, fino alla festa finale.

Un baccanale introdotto da uno sposalizio al quale invitare (anzi, dice Vinicio fra il serio e il faceto, letteralmente “imbucare”) finalmente i “soliti” vecchi ingombranti ospiti: il Maraja, il Re della Cantina di Che coss’è l’amor, l’Uomo Vivo e quello che soffre la Pena de l’alma e un San Vito tutto da ballare assieme a un pubblico che proprio non ce l’avrebbe mai fatta a restar seduto.

E una chiusa inaspettatamente lunare, tra la strada polverosa di Camminante (con sentita dedica a Bud Spencer) e l’omaggio velosiano di La Golondrina a chiudere, con l’amara Il treno, con una carezza ai migranti di tutto il mondo e a dare una prima sbirciata anche all’effetto che fanno i pezzi della metà del cd intitolata Ombra, previsti per autunno nei teatri. E che effetto fa? Quello di ogni ritorno alla terra – materico, per usare ancora una volta le parole del nostro.

Ci si sporca.

Ci si sente vivi.

E si balla.

E allora suerte, camminante Vinicio.

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