I Wolfmother sono ancora una perfetta macchina da concerti. Il report della data a Milano

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di Redazione
Foto di Francesco Prandoni

Alcatraz, Milano, 8 maggio 2016. Eccoci alla resa dei conti per i Wolfmother, che questa volta giocano in casa. Non nel senso che sono milanesi, ma nel senso che qualunque palco per la band australiana è un luogo che aggiunge il “fattore campo”.
Il percorso di Andrew Stockdale è tra i più controversi che il rock del Terzo Millennio abbia raccontato; una storia fatta di esordi pazzeschi, decisioni sbagliate, passi falsi e aspettative opprimenti. Eppure, dopo il disastro che fu New Crown, i Wolfmother hanno da poco pubblicato un buon disco dal titolo Victorious che, come ogni prova della formazione guidata da Stockdale, ha bisogno poi della dimensione live per definirsi e portare a casa il risultato che conta davvero.

Ad aprire le danze ci sono gli Electric Citizen, americani di Cincinnati che sbaragliano un po’ una delle tante regole non scritte del rock ‘n’ roll: che i gruppi spalla vanno disprezzati. Beh sì, non è più così da diverso tempo – ammesso che lo sia mai stato davvero – dato che in questi anni di hipsterismo imperante dire che “sono qui solo per il gruppo spalla” pare faccia persino più figo. Ma la verità è che gli statunitensi avrebbero convinto anche i rockettari più conservatori e la voglia di rivederli in veste di headliner è grande.

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Il pubblico dunque è già a temperatura di ebollizione quando sul palco del club di via Valtellina tocca a Andrew e compagni. Non c’è neanche il tempo di tirare fuori lo smartphone per le foto da mettere su Instagram che la galoppata comincia e, con la title-track della quarta e ultima fatica discografica, i Wolfmother danno il via ad uno show che definire serrato sarebbe riduttivo. Si procede con New Moon Rising, dal secondo disco Cosmic Egg, e la super hit New Woman, durante la quale il parterre viene sconquassato dai movimenti sismici generati dal pubblico. Stockdale è la solita garanzia, con un’attitudine da far invidia a diversi mostri sacri che quel fuoco l’hanno rincorso anche negli anni migliori. La parola d’ordine rimane “impatto”, anche a discapito della perizia che bene o male, ad un artista di questo genere, raramente viene richiesta.

Vin Steele e Ian Peres non saranno Chris Ross e Myles Heskett, ma non è più il momento di guardare al passato e alle grandi promesse che arrivarono dalla lontana Australia nei primi anni dello scorso decennio. I due nuovi membri – ormai non più tanto nuovi – rendono il power trio una perfetta macchina da concerti. Non solo perché si tratta di due ottimi musicisti, ma anche perché, appariscenti e dalla forte presenza, sembrano collimare con la musica della band e con l’irruenza che Stockdale le ha donato fin dai primi passi.

Dopo aver concesso il giusto spazio a Victorious e alle sue City Lights, Gipsy Caravan, The Love That You Give e così via, è il momento di tornare a Wolfmother e tuffarsi nel 2005 per chiudere il concerto con Colossal e Joker and the Thief, tra il delirio generale e la sensazione che i Wolfmother sia ancora una della band da continuare ad andare a vedere, sempre, nonostante tutto.
Si parlava di resa dei conti e il senso è che finché i Wolfmother dal vivo avranno questo tiro, questa energia e questa tendenza esplosiva, ci saranno poche parole nostalgiche da aggiungere. Dal vivo, questi australiani, non si discutono. Provare per credere.

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