L’effetto benefico di Xavier Rudd al Carroponte di Milano

xavier rudd milano 9 luglio 2015 recensione
di Claudio Morsenchio
Foto di Elena Di Vincenzo

Carroponte, Sesto San Giovanni (Milano), 9 luglio 2015. Per capire a fondo un concerto di Xavier Rudd bisogna avere presente qualche dettaglio in più sulla sua persona. È australiano, vegetariano, girovago, innamorato della natura più incontaminata, del surf, del mare, dei suoni della terra, senza confini e senza inibizioni: la sua è una vita dedicata alla ricerca dell’essenza della musica, al rispetto del pianeta, a identificare ciò che serve veramente, senza superflue tentazioni consumistiche e ammaliatrici.

Dopo aver espresso tutto se stesso come egregio polistrumentista nei suoi precedenti lavori, e reduce dall’enorme successo di Follow The Sun, Xavier è ritornato sulle scene con il nuovo album Nanna e ha scelto di condividere il progetto con una band strampalata e colorata, radunando sapientemente ottimi artisti di estrazione e provenienza sensibilmente diversa: c’è chi arriva dalla Nuova Guinea, chi dalle Isole Samoa, chi dal Sudafrica. Le atmosfere del disco non si allontanano molto dalle sonorità classiche dell’artista della terra dei canguri: le canzoni questa volta però partono da una solida e stratificata base reggae e prendono forma corpo e consistenza grazie all’uso di fiati, tastiere e cori indigeni.

Tutto questo è andato in scena dal vivo in una serata fresca e ventilata, in un Carroponte festante, che ha accolto il ritorno del bel Xavier con entusiasmo e calore. Rispetto ai live nei quali mi è capitato di sentirlo da solo o con pochissimi musicisti occasionali, vederlo con accanto una band di sette elementi fa un insolito effetto. Il colpo d’occhio del palco restituisce bandiere di tutto il mondo che indicano la provenienza dei variopinti musicisti, con al centro un composto e spirituale Rudd che coordina le danze sorridendo. La setlist deve molto all’ultimo lavoro: ci sono Flag, Come People, l’inno di libertà Creeancient. Ma a differenza di quel che accade ascoltandole su disco, in cui si avverte una strisciante monotonia, le canzoni live sono molto convincenti: merito di un sound perfetto (peccato solo per il volume generale eccessivamente basso) e di un lunghissimo tour che sta sensibilmente aumentando la sinergia fra gli artisti sul palco. L’intensità del live cresce sempre più, e con lei l’interazione di Xavier con il numeroso pubblico. «Sentite il cambiamento che sta arrivando?», dice spronando a fare sempre un passo verso quello in cui si crede, senza paura, senza limiti, senza preoccupazioni.

La presenza scenica del gruppo ha un che di festaiolo: coriste danzanti, un eclettico batterista, un tastierista aborigeno al centro del palco – cui tutti vogliamo subito un gran bene, visto il look a dir poco rurale -, e un bravissimo bassista sudafricano che regala anche un discreto assolo concorrono ad animare lo spettacolo. Rudd dà poco spazio al suo amato digeridoo, ma nel finale si esalta e lo suona prepotentemente, alzandolo al cielo in un infuocato ritmo di percussioni. Molto bella la versione di The Mother dal bellissimo album Food In The Belly, che per l’occasione viene contaminata con Come Togheter degli amati Fab Four: Rudd per la gioia delle fan si scioglie i capelli, invita un bimbo sul palco e danza allegramente con lui. L’epilogo è come al solito toccante: Xavier torna da solo con la sua chitarra per una speciale e sussurrata versione di Spirit Bird. Tutti cantano, si abbracciano, alzano gli occhi al cielo. Anche questa volta l’esplosiva umanità dell’artista australiano ci ha contagiato: speriamo che l’effetto benefico duri a lungo.

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