Yusuf supera Cat Stevens nel concerto di Milano: il blues batte la nostalgia

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Concerto a due velocità per Cat Stevens a Milano. Dopo un inizio più lento e nostalgico, la seconda parte ha mostrato un grande carattere. E tanto da insegnare. La recensione della serata dell’11 novembre 2014. Foto di Francesco Prandoni

Mediolanum Forum, Assago (Milano), 11 novembre 2014. Resta una domanda, alla fine del lungo concerto di Yusuf Cat Stevens: è meglio un grande show senz’anima che però coinvolga il pubblico o, al contrario, un’esibizione magari meno coinvolgente che però metta in luce il cuore di chi sta sul palco?

Il concerto di Cat Stevens comincia un po’ dopo le 21. Il cantautore arriva tra gli applausi all’interno di una scenografia esteticamente bruttina. Una stazione simil vecchio West spicca sul fondale a tema e un grande cartello con scritto “Milan” indica che il Peace Train Late Again Tour dell’artista si sta fermando proprio qui. Ecco spiegati, già nel nome della tournée, la scena e il lieve ritardo. Soprattutto però è chiara da subito l’intenzione del cantante: la fine del viaggio (ossia, l’arrivo in stazione) coincide con l’inizio del concerto, mentre la fine del concerto coincide con un nuovo tragitto (la partenza). Tutto molto in stile Yusuf.

I vecchi fan (ma nel Forum ci sono anche parecchi giovani) sono subito appagati da The Wind, brano del 1971 che apriva Teaser and the Firecat, e Here Comes My Baby, una delle prime canzoni scritte da un giovanissimo Stevens. Un salto in avanti di 40 anni, con Thinking ‘Bout You del recente Roadsinger, è solo una finta, perché si torna di nuovo alla fine degli anni Settanta con The First Cut Is the Deepest (prima ovazione). «Molti pensano che sia di Rod Stewart, ma sono qui per reclamarla e ricordarvi che è mia», introduce il pezzo il cantante. Il viaggio nei primissimi anni continua inevitabile fino a Sitting e, soprattutto, Where Do The Children Play?, tra le più amate del repertorio. La prima parte della scaletta insomma guarda al passato remoto più che agli anni recenti. È logico sia così, perché questo il pubblico si aspetta, ma è anche un limite, perché fa calare sul Forum un sentimento di nostalgia più che di gioia che in alcuni momenti rischia quasi di far calare l’attenzione.

Guarda le foto del concerto.

Cat da parte sua canta molto bene (la voce non è cambiata granché rispetto a 40 anni fa), ma non è un animale da palcoscenico. Rievoca la magia del passato per chi gli vuole bene. E così le canzoni scorrono velocemente fino al primo vero scarto che ci si aspetta da un artista del suo calibro. Sembra strano, ma è con una cover che si inizia a intuire quale sia il concept di concerto pensato da Stevens. People Get Ready, presentata come canzone «in attesa della pace», è una frustata che sveglia il pubblico, subito seguita dal riuscito mash-up tra Maybe There’s A World (da Another Cup del 2006) e All You Need Is Love dei Beatles, il «mio gruppo preferito». Yusuf canta con il cuore e riesce a trasmettere quell’empatia che era un po’ mancata prima.

Ma ecco la sorpresa che nessuno si aspetta: un intervallo di 25 minuti. Praticamente un’eternità. Proprio quando stava per ingranare. Al ritorno sul palco, Stevens sembra un altro. O meglio, più di lui è la sua musica ad avere un altro passo. Quello del blues. E non a caso il tema di questa seconda parte di spettacolo, accanto alla pace, diventa la schiavitù. Cat ne parla al passato ricordando che è qualcosa che dobbiamo stare attenti a non far tornare. Dedica un brano a Nelson Mandela (Gold Digger) e mostra una palla da carcerato, scherzando sul fatto che gliel’abbia data sua moglie prima di partire per il tour.

La realtà è che, a prescindere da tutto, il secondo set è molto più fresco del primo. Ed è questo il concept che Stevens aveva in mente. «Credevate di essere venuti qui solo per sentire quello che ero e non chi sono ora?», sembra voler dire il cantautore. Insieme a pochi vecchi successi come Moonshadow o Sad Lisa Yusuf intona i nuovi bellissimi brani dell’ultimo album Tell ‘Em I’m Gone. Il blues che Stevens mette in scena non è solo quello delle note, ma quello del cuore. Big Boss Man, Dying To Live, I Was Raised in Babylon, Editing Floor Blues sono canzoni splendide di un artista che ha ancora tanto da dire e da dare. L’ultima parte di set è la più emozionante, con le cover di Procol Harum (The Devil Came From Kansas), Jimmie Davis (You Are My Sunshine), Sam Cooke (Another Sunday Night), ma soprattutto Leadbelly (la title track Tell ‘Em I’m Gone), vero padre del blues rock americano e figlio dei campi di cotone, quando la schiavitù era ancora un diritto inalienabile dei padroni.

La chiusura è con Father & Son, inno di più generazioni, capace di risvegliare un Forum mai davvero consapevole di ciò che l’artista ha voluto e saputo raccontare in due ore abbondanti di concerto (escluso l’intervallo). Due bis con Peace Train e Wild World e poi il treno di Cat Stevens è pronto a ripartire. Nella stazione di Milano ha mostrato il cuore. Meglio quello o un grande show? Ognuno ha ciò che preferisce. O che merita.

@AlviseLosi

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