Zucchero in concerto a Milano: come il vino buono, invecchiando migliora

Recensione concerto Zucchero Milano 24 giugno 2013

La Sesiòn Cubana World Tour 2013 di Zucchero è approdato al Mediolanum Forum di Milano portando con sè le suggestioni cubane del bluesman emiliano. Ecco la recensione del concerto.

Mediolanum Forum, Milano, 24 giugno 2013. C’è aria buona in Emilia. Aria di gioia, di canti e di balli. La stessa aria che Zucchero ha ritrovato a L’Avana. E che ora porta in giro per il mondo con la sua Sesiòn Cubana, in un tour che ha ringiovanito lo spirito all’artista italiano più internazionale. Ecco quanto traspare da quasi due ore e mezza di un concerto che pare durato il doppio. Tanta è la musica che Sugar ha inserito nella splendida scaletta, tante le canzoni pescate da ognuno dei tre decenni di carriera. Con la voce fa quello che vuole, dai brani più scanzonati a quelli più intimi e profondi.

E il pubblico capisce, apprezza, reagisce. Un pubblico fatto di settantenni e bambini che devono stare in braccio ai padri per vedere meglio. Tante generazioni unite nel nome della musica. L’inizio è dedicato a Cuba, con Nena, ed è subito chiaro che la serata sarà una festa. Con un palco spoglio, ma dai colori caldi. Sullo sfondo un’automobile cubana targata ZU 08 12 12 (data del concerto a L’Avana), davanti al microfono una bocca di coccodrillo, in alto due stelle rosse. Tocca poi a Un kilo e Cuba libre, che, pur del 2006, pare scritta apposta per questa tournée. Ma tutte le canzoni hanno un tocco cubano nei suoni e nei ritmi, con nuovi arrangiamenti che non le stravolgono ma danno loro nuova luce. Merito anche della band di 16 musicisti, disposta su due piani, (guarda le foto).

Arriva il momento di due canzoni che evidenziano una delle grandi qualità di Sugar, la duttilità vocale. La voce si mette a nudo, limpida e pulita per la cover Never Is The Moment e per Love Is All Around. Il pubblico si gode il momento in silenzio. Poi d’improvviso esplode con Bacco Perbacco e L’urlo, che dopo vent’anni non perde il suo smalto. La scaletta è ben costruita e miscelata e arriva uno dei momenti più apprezzati della serata. Indaco dagli occhi del cielo, con un nuovo splendido arrangiamento voce e chitarra, è un unico canto sussurrato da tutto il pubblico. È il momento più intimo del concerto, con God Bless The Child, prima di Soldati nella mia città. Arriva il turno del singolo di lancio della Sesiòn cubana, che Sugar presenta ricordando come «da piccolo non avrei mai immaginato di suonare Guantanamela, come si diceva allora». È la volta di un terzetto spagnolo, con Guantanamera seguita da Baila (riarrangiata benissimo con ritmi caraibici) e Pana. Il momento latineggiante si chiude con una «preghiera pagana per Nelson Mandela che sta soffrendo». Parte Ave Maria No Morro ed è qui che una cosa diventa chiara.

Con tutte le differenze del caso, per il diverso approccio al palco e anche al pubblico, Zucchero sta ripercorrendo una strada già percorsa da Bruce Springsteen cinque anni fa, quando con le Seeger Sessions aveva recuperato il patrimonio folk americano portandolo in giro per il mondo. Non è mai facile confrontarsi con il passato e con certe canzoni, ma Sugar lo ha fatto con il rispetto e l’amore di un bambino che finalmente può dedicarsi al gioco che ha sempre desiderato. E il risultato è il suo miglior tour degli ultimi anni. In sintesi, usando un detto di quelli contadini che gli piacciono tanto, Zucchero come il vino buono invecchiando migliora. Con Diamante cantata da tutto il pubblico si chiude poi la prima ora di concerto senza neppure una pausa. Da qui in poi è un trionfo, tra canzoni come Vedo nero, dal vivo quasi recitata e ancora più ironica, e un filotto di pezzi che fanno stare in piedi il pubblico fino alla fine. Sono tra le canzoni più amate, e Zucchero apposta le ha tenute per ultime. Con le mani, Overdose d’amore e Diavolo in me, cantata con una maschera sul volto e la bandiera di cuba che sale sullo sfondo. Qui il concerto potrebbe anche concludersi in bellezza, ma Sugar ha ancora qualche bis per i suoi fan.

«Grazie per l’accoglienza e la fedeltà», dice prima di intonare Sabor a ti. «Mentre cantavo, pensavo che io non sono uno di quelli che comunica su Facebook. Cosa dovrei dirvi che sono trent’anni che mi sopportate? L’unica volta che ho fatto un annuncio su Facebook è quando mi hanno regalato una vacca incinta, il contadino che me l’ha data mi ha detto “non perdere mai le tue radici”. Queste sono le cose da ricordare». Una polemica nei confronti di chi usa troppo i social network (vedi Vasco)? Crediamo che il buon Adelmo Fornaciari volesse solo dire ai suoi fan che li pensa sempre anche se non lo dice, senza alcuna critica ad altri. La chiusura è con Così celeste, semplicemente stupenda, e Solo una sana e consapevole libidine, vero rito pagano che negli anni sembra sempre più attuale. Poi c’è spazio per l’ultima cover della serata La bamba, prima del gran finale con Per colpa di chi. «Noi chiudiamo nel blues, il blues non morirà mai, io sì», scherza Zucchero prima di lasciare il posto sul palco a un cannone che spara stelle filanti dorate. Ma se questa è la tempra, c’è da stare certi che passerà ancora parecchio tempo prima che il suo blues scompaia.

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