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Afterhours – Padania

Dopo aver ascoltato Padania una ventina di volte – non molte a dire il vero per un disco così complesso – ho cominciato a chiedermi perché, superato l’entusiasmo iniziale, non riuscissi a trovare qualcosa, una frase, un passaggio strumentale, che mi fosse rimasto impresso.

Afterhours

Padania 

Germi /Artist First

Dopo aver ascoltato Padania una ventina di volte – non molte a dire il vero per un disco così complesso – ho cominciato a chiedermi perché, superato l’entusiasmo iniziale, non riuscissi a trovare qualcosa, una frase, un passaggio strumentale, che mi fosse rimasto impresso. Eppure l’entusiasmo era motivato: il ritorno di Xabier Iriondo, chitarrista che ha segnato il suono degli Afterhours nel loro decennio migliore, la fuoriuscita di Gabrielli (troppo Art per i miei gusti), la conquista dell’indipendenza editoriale. Tutto lasciava ben sperare. Mi si son schiarite le idee solo raddoppiando il numero di ascolti. Padania è un disco che ha, come punto di forza, la sperimentazione, mai così spinta e allo stesso tempo concreta: nelle soluzioni armoniche (Costruire per distruggere), negli arrangiamenti (Ci sarà una bella luce), nella post-produzione (Terra di nessuno), una vera delizia per l’intelletto. Purtroppo il suo limite è quello di non riuscire a coniugare la ricerca con la canzone. Manca il testo che riesca a toccare, il brano da sentire più e più volte perché rapisce all’ascolto. Canzoni come La tempesta è in arrivo, Padania, Nostro anche se ci fa male, più lineari e fruibili, non centrano del tutto il bersaglio e danno l’impressione che all’ispirazione prevalga il mestiere.

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