Quanto sarebbe bello il pop se assomigliasse di più agli Afterhours

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Sarebbe molto bello poter parlare del nuovo disco degli Afterhours potendo evitare ogni accenno all’ennesimo capitolo della saga La grande truffa del rock’n’roll sulla cui prima pagina campeggia l’espressione ieratica di Manuel Agnelli, sovrastata da quella sgargiante “X” di X Factor che di recente ha scandalizzato molti.

Sarebbe molto bello, in un Paese più maturo del nostro. Ma da noi è impossibile: all’indomani della notizia dell’arruolamento di Agnelli come giudice del talent, la schiera dei fan (e non solo) che ha prontamente giustiziato il nostro per “prostituzione”, “sommo tradimento“, “svendita”, “resa”, è stata preoccupantemente nutrita: delusioni, sarcasmi, “sempre detto, io”, addirittura l’oramai virale rinfaccio dello stralcio di Sui giovani d’oggi ci scatarro su. Un hype al contrario, insomma, abbastanza forte da produrre una serie di effetti collaterali preventivi anche sul nuovo album.

afterhours-pop-sarebbe-piu-belloInevitabile conseguenza, il medesimo j’accuse è stato preventivamente gridato anche contro i primi due singoli (tanto la dolce Non voglio ricordare il tuo nome quanto la ben più irsuta Il mio popolo si fa), ignorando variabili importanti come i temi alla base del disco  – la solitudine, la perdita e la malattia: folfiri e folfox sono infatti due dei trattamenti chemioterapici cui si è sottoposto il padre di Manuel, recentemente scomparso – o l’ingresso di Stefano Pilia alla chitarra e Fabio Rondanini alla batteria in luogo dei due storici Giorgio (il chitarrista Ciccarelli e il batterista Prette).

Insomma, una specie di frettoloso accecamento che è parso spingere perfino qualche addetto ai lavori a interrogativi tra l’incuriosito e l’atterrito circa le prossime sorti della band. Ci si preparava, insomma, ad allestire una specie di altare su cui sacrificare il disco probabilmente più pop della trentennale carriera degli After.

E invece… e invece no. Perché un disco come Folfiri o Folfox è, ancora una volta nella storia della band lombarda, una lezione di libertà e di apertura comunicativa da cui, se proprio ancora vogliamo credere ai generi musicali come a qualcosa di diverso da attitudini, tantissimo del nostro pop avrebbe solo da imparare.

E lo è per il motivo più semplice, nonché il più antitetico a questa premessa: perché è uno di quei dischi che quella libertà e quell’apertura comunicativa la perseguono in un equilibrio costante e faticosissimo fra scoperta e – soprattutto – mantenimento della propria identità.

Malgrado galleggi tra un album doppio e addirittura un musical (diciotto tracce autosufficienti-ma-non-troppo, a comporre un mosaico realmente comprensibile solo all’ascolto complessivo), quella di Folfiri o Folfox è una band che non solo non sacrifica una virgola delle proprie caratteristiche – incisività, impatto sonoro, capacità di volteggiare con agilità tra crudezza estrema e disincantato e pure trasognato lirismo – ma senza paura le affina e le sintetizza. A mostrarlo efficacemente è l’estrema riconoscibilità degli ingredienti.

Sì, perché sono completamente e potentemente Afterhours tanto il comparto “classico”  – formato da anthem a grana grossa come Fa male solo la prima volta, Fra i non viventi vivremo noi, Qualche tipo di grandezza o Cetuximab, e le ballate intense e piene di domande come Lasciati ingannare (una volta ancora), Non voglio ricordare il tuo nome o Oggi – quanto le digressioni che con coraggio inforcano la porta della canzone allucinata che diventa altro da sé per non fare più ritorno.

È potentemente e completamente Afterhours la straziata L’odore della giacca di mio padre, lo è la spietata title track, il peyote di San Miguel come quello di Noi non faremo niente o Né pani né pesci. Sono completamente e potentemente Afterhours i suoni rinnovati da Pilia e Rondanini, che si inseriscono in un’idea di continuità che è l’unica possibile per una ricerca che ancora continua ostinata e felice, lo è un Xabier Iriondo mai come oggi al servizio dei brani, lo sono le screziature che gli anni hanno portato nella voce contundente di Manuel.

Infine, è potentemente e completamente Afterhours quella libertà di gridare ancora una volta un’identità, come nella conclusiva Se io fossi il giudice, il cui testo dovresti imparare a memoria, perché ti serve.

Insomma, va a finire che se proprio dobbiamo tirare le somme di Folfiri o Folfox citando gli After del passato, pensiamo a Pop Kills Your Soul: grazie, cari Afterhours, per il pensiero di quanto potrebbe essere più bello, il pop, se assomigliasse un po’ di più alla vostra libertà. E di quanto bene farà alla musica – e a tanti ragazzi – il fatto che questo disco possa arrivare anche a orecchie che altrimenti non ne sarebbero mai stati raggiunti.

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