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Amy Winehouse – Lioness: Hidden Treasures

Abbiamo atteso per anni il terzo album di Amy Winehouse e ora ce lo ritroviamo nei negozi neanche cinque mesi dopo il suo decesso, con lo zampino del padre Mitch. Ne avremmo fatto a meno, nonostante una qualità fuori dal comune.

Mitch Winehouse ha annunciato l’uscita di Lioness: Hidden Treasures quando erano passati tre mesi dalla morte della figlia Amy. La tempestività con cui il Sig. Winehouse ha portato a termine l’operazione – casualmente il disco esce poche settimane prima di Natale – è davvero fenomenale. Per lo meno quanto il fatto che abbia inciso l’album jazz che da sempre sognava (con tanto di tour) solo quando, qualche anno fa, il successo di Amy gli ha offerto un barlume di popolarità e che stia ultimando la biografia della figlia. Perfido opportunismo di un padre cinico o gesti d’amore di un papà riconoscente? Se solo avesse gestito tutto con maggiore delicatezza, adesso non staremmo considerando l’eventualità che Mitch sia un mostro.

Che c’entra tutto questo con una recensione? Lioness: Hidden Treasures esce per essere venduto e dunque credo sia giusto informare del “behind the scene” chi pensa di acquistarlo. Quanto al contenuto musicale, un disco di Amy si può comprare a scatola chiusa, anche se gli inediti sono giusto un paio (Between The Cheats e Like Smoke, featuring NAS) e le altre tracce sono cosiddetti “alternative take” di brani già ascoltati, provini ripescati negli archivi dei produttori Mark Ronson e Salaam Remi, oppure cover come Our Day Will Come e The Girl From Ipanema . Il talento di Amy merita solo riconoscimenti, ma questo disco è una prova di cui non sentivamo il bisogno. Facciamo un patto: io gli do quattro stelle, perché lo spessore artistico della defunta cantante non si discute, ma voi riflettete sulle intenzioni di suo padre e del branco di collaboratori che gli è andato dietro scodinzolando.

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