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Arcade Fire Reflektor recensione

Arcade Fire, ad un passo dal capolavoro

Arcade Fire Reflektor recensioneArcade Fire
Reflektor
(Universal)

La prima cosa che pensi, mentre ti appresti ad ascoltare il nuovo album degli Arcade Fire, uno dei lavori più attesi di questo 2013, è che sarebbe bello avere a disposizione qualcosa di più di una tracklist e della consapevolezza della presenza di James Murphy (LCD Soundsystem) e Markus Dravs, già all’opera su Neon Bible e The Suburbs, come produttori. A dire la verità David Bowie ha confermato, tramite Facebook, di aver prestato la propria splendida voce per il singolo che dà il titolo all’intero album, un pezzo incredibile che aveva fatto immediatamente salire la febbre dei fan. Come sempre, però, tocca accontentarsi (si fa per dire…) dei due dischi – anche su CD sarà un doppio, non tanto per la lunghezza, quanto per la voglia di creare due ascolti differenti, come fosse un vinile – e di schiacciare play, per capire a che punto sia la parabola della band canadese.

Di Reflektor, il pezzo, saprete ormai tutto, dalla partecipazione di Bowie, al video incredibile di Anton Corbijn con i cameo di Bono e Ben Stiller, fino alla produzione disco scintillante di Murphy, che pare aver trascinato i canadesi sul terreno caro ai suoi LCD Soundsystem. Il difficile, a questo punto, è non farsi prendere dall’entusiasmo ma, come spesso succede, ci pensano gli stessi Arcade Fire a smorzare gli entusiasmi con We Exist che, su una linea di basso alla Billie Jean, tenta di replicare l’atmosfera del precedente brano, senza però riuscire a catturare l’eccitamento di una pista da ballo. La stessa sorte tocca alla successiva Flashbulb Eyes e comincia a farsi strada la convinzione che i continui richiami a certi anni Ottanta – innegabili quelli ai Talking Heads più world di Remain In Light e al capolavoro My Life In The Bush Of Ghosts della coppia Byrne/Eno – siano uno degli elementi su cui andrà a poggiare Reflektor. La facile profezia viene confermata dall’eccellente Normal Person, finalmente all’altezza delle aspettative, che arriva dopo un classico alla A.F. come Here Comes The Night Time, più legato alle atmosfere che abbiamo conosciuto in Neon Bible e The Funeral. L’eccitazione per la svolta Eighties e ritmata continua con You Already Know, quasi swingante e dotata di un ritornello che si stampa subito in mente, e con Joan Of Arc, che parte quasi punk e poi si sviluppa come un bel mid tempo indie rock, con cantato in francese.

Tempo di cambiare CD (o girare il vinile, vedete voi…) e Here Come The Night Time II ci introduce in maniera soffusa – e anche un po’ inutile, a dirla tutta – a una serie di canzoni molto articolate, quasi tutte sui sei minuti di durata, con la band che flirta ancora in maniera evidente con i Talking Heads, come nel caso dell’ottima Afterlife e si lascia contaminare dalle brillanti idee di Murphy in It’s Never Over (Oh Orpheus), il momento più alto del secondo disco. Il resto scorre tra il finale impalpabile di Supersymmetry, in odore di U2, il possibile singolo Porno, elettronico e coinvolgente, e Awful Sound (Oh, Euridice), ancora uno scampolo di passato. Promossi? Certamente, e anche con buoni voti. Capolavoro? Ancora no, purtroppo…

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