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Beyoncé – 4

Beyoncé
4
Sony

È forse il pericolo maggiore per un cantante, quello di non riuscire a evolversi e restare imprigionato nel proprio personaggio. Quello che è successo alla bellissima Beyoncé, stando alle notizie che provengono da 4, suo ultimo lavoro.

I primi tre dischi di un artista ne delineano in maniera esaustiva la carriera: col primo ci si presenta e si tasta il terreno, il secondo è l’album della conferma, il terzo del consolidamento. Il quarto, invece, viene spesso considerato quello della maturità in cui l’artista in questione, raggiunta la piena coscienza del proprio linguaggio espressivo, ha l’opportunità di sperimentare, guardare oltre, e l’occasione per regalarci dei classici da ascrivere nella storia della musica. Il quarto lavoro di Beyoncé Knowles, intitolato per l’appunto 4 (il primo senza la produzione del padre, però), è un lavoro pregevole che venderà forse ancor più copie del predecessore I Am… Sasha Fierce del 2008, grazie a singoli infallibili come il combat-r&b di Run The World (Girls) e il pop aureo di Best Thing I Never Had, ma che non sposta di una virgola ciò che sapevamo di lei e molto probabilmente non cambierà le sorti del pianeta. Questo, nonostante 4 non manchi di nulla – sonorità curatissime e attuali, canzoni prodotte dai numeri uno del settore (The-Dream, Diplo, Kanye West) – e sia dominato dall’incredibile voce di Beyoncé, sempre più sicura e versatile. Dei settantadue nuovi brani presentati alla casa discografica, ne sono stati scelti dodici a comporre una scaletta azzeccata e piacevole, che non brilla però di originalità e in cui a volte l’omaggio sfiora il citazionismo. Si apre con una 1+1 che sembra la sorella minore di Natural Woman di Aretha Franklin cantata da Whitney Houston, per proseguire con Rather Die Young e Love On Top che potrebbero essere degli inediti del compianto Jacko, fino ad arrivare a omaggiare (volontariamente o meno, chi lo sa) Lionel Ritchie con il ritmo afro e la sezione fiati di End Of Time. Non serve a dare un valore aggiunto al disco neanche la doppia ospitata d’eccezione di Kanye West e Andre 3000 in Party, un brano che suona talmente tanto west coast hip-hop che ci si stupisce del perché il featuring non sia di Snoop Dogg o di Warren G. L’ascesa di Beyoncé e la sua gloriosa carriera trarranno giovamento da questo lavoro, ma dal mio punto di vista è un’occasione mancata. La Knowles è di certo un’artista interessante, ma non si è ancora capito chi sia veramente. Il rimpianto è che l’ex single lady pare intenzionata ad adeguarsi a fare quello che fanno tutte le sue colleghe, pur continuando a farlo meglio e con più classe.

 

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