Beyoncé scende dal trono del pop e decide di osare

Beyonce recensione nuovo album

Beyoncé pubblica a sorpresa il nuovo album, dove decide di osare e puntare su un disco minimale e futuristico, con pochi probabili singoli. Con un ottimo risultato.

Beyonce recensione nuovo album 1Bando all’ingenuità: nel 2013 può capitare di svegliarsi una mattina, aprire iTunes e scoprire che nottetempo è comparso il nuovo album di una popstar. Potrebbe forse fare strano l’assenza di cinguettii, teaser e tutta quella roba, buona per riempire i blog, ma andiamo: se ti chiami Beyoncé puoi permetterti di comportarti così perché sai già che non corri alcun rischio, dall’istante in cui il tuo album sarà esposto sugli scaffali virtuali la pubblicità verrà da sé, e a costo zero. Ma se hai la fortuna di poggiare il tuo culetto d’oro sul trono del pop e, oltre a mettere in pratica questa strategia, mi sfoderi un disco che osa, allora hai tutta la mia stima.

La tracklist del quinto lavoro in studio di Mrs.Carter è orfana di tracce banalmente destinate alla pista da ballo: non c’è una Single Ladies o una Run The World, ma nemmeno una più raffinata Love On Top. Il pezzo dai contorni più danzerecci è Blow, un electro-funk scritto insieme al trio Timbaland /Justin Timberlake/Pharrell Williams. E non è tutto: fatta eccezione per Heaven, mancano anche le ballad classiche in stile Irreplaceable o If I Were a Boy.

L’intero disco segue una precisa scelta minimalista (ultra-dettagliata) e futuristica (grazie all’ampio utilizzo di suoni artificiali), predilige atmosfere rarefatte e arrangiamenti spiazzanti e infila interludi dal sapore concettuale (con tutti i limiti del caso). Così il beat reggaeton di XO si confonde in mezzo a pad e cori, No Angel gioca con lo spazio e dosa interventi di violini sintetici e tastiere anni 80, Partition passa da ritmi hip-hop a linee di basso che appartengono alla deep-house e *** Flawless punta sul contrasto freddo/caldo dato dalla contrapposizione dei suoni quasi 8-bit con la voce della prorompente Texana. I cameo di Drake e Frank Ocean (la crema dell’hip-hop moderno) non colpiscono granché: a svettare sono piuttosto le vibrazioni soul di Pretty Hurts e gli sperimentalismi della splendida Haunted, che aprono come meglio non si potrebbe un disco con due palle così.

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