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I Black Keys cambiano passo e stupiscono con il nuovo Turn Blue

I Black Keys tornano con Turn Blue, un album tanto atteso quanto inaspettato nel cambio di sonorità. Ma non bisogna rimpiangere il passato. Ecco la recensione.

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Protagonisti di un notevole rush (7 album in 10 anni) e reduci da una doppietta (Brothers e El Camino) che è valsa loro sei Grammy Awards, i Black Keys si sono legittimamente presi un po’ di tempo per dare alla luce l’ottavo tassello della loro discografia. Scantinati e registratori a 8 piste sono un lontano ricordo: ora Dan Auerbach e Patrick Carney hanno raggiunto lo status di rockstar da stadio. Ma il fatto che l’annuncio della data di uscita del nuovo album sia avvenuto attraverso un tweet di Mike Tyson (sic) accompagnato da un inquietante video a metà tra David Lynch e un b-movie suggerisce che la fama non ha intaccato la fantasia e l’originalità del duo.

Il cambio di registro stilistico è evidente fin dalle prime note: scompare l’urgenza blues che aveva confezionato il devastante impatto di El Camino, lasciando spazio a composizioni più ariose e cerebrali. Pronti-via ed ecco un trip di oltre sei minuti: Weight Of Love potrebbe tranquillamente fare parte del repertorio di una band prog-rock degli anni Settanta. Lo stesso discorso vale per la sontuosa title-track: basso insistente, appoggi stoppati di chitarra e un costante noise di sottofondo a disturbare la celestiale apertura vocale del ritornello. Perfino il singolo Fever (nonostante il riff circense di organetto che può ricordare Lonely Boy e compagnia bella) sembra voler tenere un piede sul freno, forse per non stonare in mezzo a ballad in falsetto (Waiting On Words), mezzi tempi soul (In Time) e le già citate escursioni psichedeliche. 10 Lovers ha il sapore di instant-classic, mentre la conclusiva Gotta Get Away picchia duro, allontanandosi leggermente dal quadro globale dell’album.

Inutile girarci attorno: Turn Blue non farà contenti tutti, specialmente chi pregustava qualcosa in linea con le sonorità espresse dal duo negli ultimi anni. Ma basta un pizzico di apertura mentale per apprezzare un disco sofisticato e profondo, che mette in risalto il valore di una band che non ha ancora finito di mettersi alla prova. E intanto compone musica che il tempo non può scalfire.

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