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Bloc Party Four

Bloc Party Four recensioneBloc Party
Four
(French Kiss)

Sarebbe stato un peccato se le voci riguardo lo scioglimento dei Bloc Party fossero risultate fondate. Niente di drammatico, certo, ma sin dal loro esordio sono stati uno dei miei gruppi preferiti di tutta l’ondata del nuovo garage e della scena nu-rave inglese; mi dispiaceva l’idea di averli persi per strada così presto. Ho ascoltato a ripetizione il loro primo disco, Silent Alarm, dei successivi ho apprezzato lo slancio alla sperimentazione, anche se con risultati sempre più deludenti. Nonostante tutto e con il giusto distacco, continuavo a fare il tifo. Le voci erano solo gossip e lasciata la Wichita per la French Kiss, tornano finalmente i Bloc Party con il loro quarto disco, didascalicamente intitolato Four. La differenza principale con il loro precedente lavoro è l’abbandono quasi totale dell’elettronica, della post produzione, delle sovraincisioni: sembra registrato in presa diretta, con i ragazzi finalmente tornati a picchiare su tamburi e chitarre. La seconda, un particolare incattivimento stilistico: se in passato citavano Philip Glass fra le loro influenze, stavolta potrebbero nominare tranquillamente i Pantera o gli Anthrax, assoli di tapping e shredding inclusi. La terza e ultima: la maggiore consapevolezza vocale di Kele e l’utilizzo pop della voce, sparata forte e chiara, con strofe e ritornelli ben distinguibili. Il risultato? Un parziale ritorno al passato, con più mestiere, pochi momenti azzeccati (Octopus, The Healing) qualche episodio divertente (Real Talk, Truth) ma niente di veramente imprescindibile.

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