Tra i tanti ospiti, l’importante per i Bloody Beetrots è fare del sano bordello

Bloody Beetroots hide recensione

The Bloody Beetroots
Hide
(Ultra Music / Sony) 

Per attirare l’attenzione nell’immenso mondo dell’EDM (Electronic Dance Music) non basta una maschera: bisogna distinguersi (sfida piuttosto ardua considerando che il contesto appare come un mega-frullato di tutte la varie sotto-culture della dance degli ultimi 30 e passa anni) e guadagnare una certa credibilità – meglio se internazionale.

Onore quindi a Bob Rifo, perché ammettiamolo: partire da Bassano Del Grappa e ritrovarsi un “feat. Paul McCartney” tra le tracce del proprio secondo disco non è roba da niente. The Bloody Beatles, chi se lo sarebbe mai immaginato? Una delle star più influenti della storia della musica che presta la sua voce a un indie-punk-raver mascherato italiano. Oltretutto l’amalgama funziona; viene fuori un ibrido tra classic-rock e dubstep che ha un suo perché. L’ospitata di Paul mette in ombra altri nomi illustri, come per esempio quello di Youth (il bassista dei Killing Joke), Tommy Lee (anche se la sua presenza non è una sorpresa, dato che aveva già duettato con Sir Bob in passato) e degli storici Peter Frampton e Perry Rimbaud – apocalittico nella densa The Furious. L’intervento del rapper statunitense Theophilus London dà vita al brano più pop e meno rumoroso dell’album (The Girls). C’è invece un pizzico di soul in Glow In The Dark (insieme a Sam Sparro), mentre Please Baby spinge in direzione electro-funk grazie a P-Thugg dei Chromeo.

In assenza di featuring i pezzi sembrano osare un po’ meno, ma nella loro linearità tirano giù i muri facendo leva su una produzione impeccabile; quando Bob è spalleggiato dal suo amico Gigi Barocco la potenza sonora diventa inaudita. Hide è un disco chiassoso (d’altronde come aspettarsi altro?), ma Bob Rifo dimostra che è possibile fare del sano bordello senza per questo rinunciare a melodia e cura del suono.

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