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Bruce Springsteen – Wrecking Ball

Bruce Springsteen
Wrecking Ball
Columbia

Cosa possiamo aspettarci dal nuovo disco di una rockstar di 63 anni che ha già inciso una ventina di album, venduto milioni di copie e guadagnato montagne di dollari, diventando un pezzo di storia della musica dopo essere stato battezzato, giovanissimo, “il futuro del rock’n’roll”? Nella migliore delle ipotesi, che faccia bella figura nella discografia in cui s’inserisce, rispettando il glorioso passato con cui si confronta – per i capolavori ci vogliono altri presupposti. Bene, Wrecking Ball raggiunge l’obiettivo. Non date retta a chi lo snobberà, è il “solito disco del Boss” perché conferma ancora una volta lo straordinario spessore artistico di Springsteen, in forma come nei giorni migliori. Chi altro tra le decane star della musica è in grado di farlo? Non gli U2, distratti dal delirio di onnipotenza di Bono. Non Madonna, che rincorre la perduta gioventù vestendosi da cheerleader e raccatta featuring a destra e manca.

Tre anni fa l’America stava lavorando a un sogno. Barack Obama si era insediato alla Casa Bianca da poche settimane e parlava – ricordate l’Università del Cairo? – come se potesse davvero far saltare il banco. Un sentimento di riscossa faceva battere i cuori dei progressisti di tutto il mondo e Springsteen lo metteva in musica: I’m Working On a Dream/I Know It Will Be Mine Someday (Sto lavorando a un sogno/So che un giorno ce la farò). Circa 1.100 giorni dopo, di quel sentimento è rimasto ben poco. Obama ha le sue colpe ma è il progetto a essersi sgretolato. Nessun leader, per quanto illuminato, è in grado di cambiare le regole del gioco: il Sistema ributta tutto indietro, è un muro di gomma. E allora che facciamo? Stringiamoci attorno alle nostre certezze – la famiglia, la casa, gli amici –, raduniamoci davanti al fuoco per riscaldare il cuore e temprare lo spirito. Insomma, prendiamoci cura di noi stessi. Ecco il singolo We Take Care Of Our Own, ecco Wrecking Ball, l’album della definitiva consapevolezza di Bruce, un inno all’autodeterminazione: aiutiamoci, che forse neanche Dio ci aiuta. In ogni caso, non aspettiamoci niente dai piani alti.

Lo Springsteen del 2012 non è la versione pessimista del guerriero che conosciamo. Siamo nati per correre e non dobbiamo fermarci neanche adesso che «i banchieri diventano sempre più grassi e gli operai sempre più magri» (Jack Of All Trades). La felicità è ancora possibile, anche se «il morale non è mai stato così basso» (This Depression): dipende da noi, con buona pace dei leader. “I tempi duri vanno e vengono, fammi vedere il tuo colpo migliore”, canta il Boss nella canzone che da il titolo all’album: dobbiamo demolire il muro che ci hanno costruito intorno e solo allora potremo cominciare a ricostruire il nostro futuro.

«Gran parte del mio lavoro è indirizzato a misurare la distanza tra la realtà americana e il sogno americano», ha detto Springsteen parlando di questo sua ennesima fatica – e non c’è dubbio che nessuno sia in grado di farlo con la stessa intensità. La distanza è tale che è necessario ripartire da dove abbiamo cominciato. Per questo le atmosfere di Wrecking Ball sono quelle della tradizione popolare: pochissimo rock, arrangiamenti di archi e cori che evocano i tempi in cui i Padri Pellegrini cominciavano a costruire l’America del sogno. È solo folk, baby, è il popolo, e che ti piaccia o no si riparte da li.

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