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Cesare Cremonini La teoria dei colori

Ciò che più mi rapisce de La teoria dei colori è il linguaggio. L’abilità narrativa di Cesare Cremonini è cresciuta fino a sconfinare nella poesia.

Cesare Cremonini La teoria dei colori recensioneCesare Cremonini
La teoria dei colori
Tre Cuori/Universal

Credo che Cesare Cremonini sia il miglior autore italiano della sua generazione. Mi piacciono le sue canzoni, che sono racconti. Mi piace il modo in cui trasforma esperienze e cose umane, anche se insignificanti come la marmellata, in personaggi, oggetti e situazioni delle sue storie. Non ci sono limiti a questo processo, perché l’immaginazione è padrona assoluta, è il motore che trasforma in universali esperienze che sono personali – la scrittura di Cesare è sempre autobiografica. Fin dai tempi di 50 Special, un vero inno generazionale, con quelle colline bolognesi che diventano l’orizzonte ideale di ogni adolescente. Sarà perché siamo (quasi) coetanei e il suo mondo è il mio, ma spesso ho la sensazione che le sue canzoni mi appartengano quanto appartengono a lui.

Ho un’alta considerazione anche delle capacità musicali di Cremonini: ascoltare i suoi album è come fare un giro sulle montagne russe: una lenta salita e un’improvvisa accelerazione, poi un giro della morte e dopo un rettilineo per rifiatare. E ancora un altro scatto. Con il cuore che batte forte, prima che arrivi quella piacevole sensazione di relax che segue una scarica di adrenalina. Niente male. Però ascoltare La teoria dei colori con queste premesse, paradossalmente, non aiuta. Le mie aspettative sono altissime e in questi casi il rischio di restare delusi è grande. Non accadrà.

Da un punto di vista musicale, è il Cremonini che mi piace, poliedrico e mai banale. Non è un caso che abbia scelto un titolo come La teoria dei colori: è una dichiarazione d’identità artistica, un riferimento alle mille variazioni stilistiche dell’album. «Partiamo sempre con l’idea di fare dischi monocromatici – mi ha raccontato – ma alla fine ci ritroviamo con tante sfumature diverse. Così, l’abbiamo messo nero su bianco». Nelle undici tracce c’è il rock di chi ama l’Inghilterra (Il comico), la canzone d’amore (L’uomo che viaggia fra le stelle), il rock’n’roll più classico (Stupido a chi?), la ballata per pianoforte (Amor mio), persino il jazz (Il sole, un capolavoro). C’è il suono dei nostri giorni e ci sono atmosfere vintage. Su e giù sulle montagne russe. Parte del merito è di Walter Mameli, produttore e mentore di Cesare, che di questa giostra è l’ingegnere.

Ciò che più mi rapisce di questo nuovo lavoro di Cremonini è ancora una volta il linguaggio. Con La teoria dei colori la sua abilità narrativa è cresciuta fino a sconfinare nella poesia, da cui ha preso a prestito qualche strumento. Sono emblematiche le strofe del primo singolo, Il comico (Sai che risate): “Non so dirti una parola/Non ho niente di speciale/Ma se ridi poi vuol dire/Che una cosa la so fare/Se mi lancio in un’aiuola/Casco e non mi faccio male”. Il comico è la metafora di chi ha poco da offrire ma è disposto a offrirlo fino a farsi un male che non duole, perchè avrà amore come ricompensa. O ancora il testo de La nuova stella di Broadway (il mio pezzo preferito): il businessman che guardando una ballerina «vede nascere una dea» è l’artista che compone la sua opera e se ne stupisce, come se quella creazione fosse involontaria.

Per quanto i confini di Cremonini siano molto ampi – merito di un orecchio sempre attento e di un gusto evidentemente raffinato – credo si possa dargli del cantautore. Dovendo scomodare illustri interpreti del ruolo, Cesare sta idealmente in mezzo a De Gregori e Dalla, meno malinconico di Francesco e meno cinico di Lucio. È difficile raggiungere il livello di cotanti Maestri, ma Cesare va per la sua strada, con il suo stile.  È importante che consideri questo (gran) disco come una tappa e non come una meta. Ho fiducia nella sua intelligenza.

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