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CocoRosie Tales Of A Grass Widow recensione

CocoRosie Tales Of A Grass Widow recensioneCocoRosie
Tales Of A Grass Widow
(SubPop)

La premessa è d’obbligo: l’arte è quanto di più soggettivo esista. E la musica non  fa eccezione. Bisogna però capire se Tales Of A Grass Widow riesca a suscitare qualche emozione. Perché forse l’aggettivo più calzante per l’ultimo lavoro delle CocoRosie è inutile. Le due sorelle americane gettano definitivamente la maschera. Poca, se non nulla, la sostanza. Tutto il resto è apparenza, in un disco che persino il fan più fedele farebbe fatica a difendere. La solita commistione di generi non partorisce neppure un pezzo degno di nota.

Un album che prova a essere furbo e cerca di strizzare l’occhio in diverse direzioni. Con il risultato di non riuscire a comunicare alcunché. Presuntuoso e supponente nell’accumulo di sonorità, senza avere per giunta niente di nuovo da dire. Anzi senza niente da dire neppure di vecchio. Bjork è altro. Il rap è altro. L’elettronica è altro. Si può anche cercare di innovare o di omaggiare, partendo da qualcosa di già noto, ma bisogna avere una direzione da seguire. E le due sorelle danno l’impressione di navigare a vista.

Si può ascoltare Tales Of A Grass Widow sulle microcasse del computer, negli auricolari del lettore mp3, su un impianto stereo con diffusori e amplificatori di alto livello. Si può insomma cercare di capire quale sia la dimensione migliore per questo album, ma il risultato non cambia. Anzi, più la qualità di quanto si sente è definita più l’impressione è che le CocoRosie abbiano inserito suoni in eccesso, con continua ridondanza, senza uno studio delle armonie. Quasi una necessità di riempire. Horror vacui si direbbe in architettura. Horror silentii si potrebbe dire in questo caso. E non c’è bisogno di ricordare quanto le pause facciano parte di una canzone, tanto quanto le note stesse.

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