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Coldplay – Mylo Xyloto

Rock languido alla Radiohead vecchio stampo? Fatto. Cori da stadio modello U2? Fatto. Aperture a sperimentazioni elettroniche e concettuali? Fatto. In 15 anni di carriera i Coldplay hanno emozionato nei modi più semplici e stupito esplorando sentieri meno battuti. Si sono emulati da soli e quando è affiorata la stanchezza hanno avuto la lucidità di reinventarsi. Sono stati idolatrati e sminuiti, odiati e amati. Ma percorrendo una strada tutta loro (dal rock al pop) non si sono mai pentiti, ostentando una personalità forte, indistruttibile. Non è quindi più tempo di aspettarsi rivoluzioni, perché un fatto è certo: qualsiasi creazione nasca dalla mente di Chris Martin e soci è sigillata da una magica aura di credibilità.

Le discutibili accuse di plagio e il dito puntato su alcune derive dance non possono lontanamente scalfire le ambizioni e le convinzioni di una band che non deve più chiedere niente a nessuno, ma che al contrario si può permettere di indicare la via alla musica moderna – sia scalando le chart che rimanendo tra le ben più intime pareti dei propri dischi. Ecco quindi che il quinto album del quartetto inglese riassume adeguatamente tutte le caratteristiche che lo contraddistingue in tre quarti d’ora intensi e – una volta messi da parte i pregiudizi – quasi perfetti.

Partiamo dalle certezze: i Coldplay sono bravissimi a scrivere canzoni coinvolgenti che incontrano con facilità il gusto e l’approvazione di un pubblico molto vasto. La formula è ben esemplificata da una ballad epocale come Paradise, che fa leva su un impeccabile arrangiamento orchestrale ed è abilmente insaporita da maliziosi accorgimenti presi in prestito dalle classifiche pop. L’abilità compositiva della band non viene a galla solo con pezzi strappa-lacrime: le dimostrazioni si trovano nella freschezza dell’opener Hurts Like Heaven, nel rock inclazante di Don’t Let It Break Your Heart, nella magia del variopinto finale Up With The Birds o in un pezzo solido come Major Minus – il cui ritornello farà certamente fischiare le orecchie a Bono e soci. Gli schizzi più confidenziali (Us Against The World e U.F.O.) sono brevi ma intensi, mentre gli interludi ci ricordano che Chirs Martin ha definito Mylo Xyloto un album concettuale e rendono evidente lo zampino del fidato Brian Eno.

Volendo si fa presto a criticare Every Teardrop Is A Waterfall per il suo riff che strizza l’occhio alla disco oppure Princess Of China per il chiacchieratissimo cameo della bella Rihanna: quello che non capisco è la facilità con cui certi pezzi vengono bollati come “spudorati” o “fuori luogo” senza badare al cuore delle canzoni. L’apparenza è forse più essenziale del valore della musica in quanto tale? I Coldplay non sono più rock, ma soltanto un’altra band pop che contamina le nostre frequenze con featuring spiazzanti e tributi sfacciati? Il dibattito potrebbe anche andare avanti all’infinito, ma il succo non cambia: questa è un’ennesima prova di forza, bella e buona. Voglio sperare che il ligio Chris Martin fosse ubriaco fradicio quando ha dichiarato che Mylo Xyloto sarebbe stato l’ultimo disco dei Coldplay.

 

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