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Daft Punk – Random Access Memories

daft punk random access memories recensioneDaft Punk
Random Access Memories
Columbia

Che nonostante le loro inseparabili maschere robotiche i Daft Punk fossero umani (dopotutto) l’avevano già confessato nel 2005 con Human After All, loro terzo album. La conferma definitiva arriva oggi attraverso Random Access Memories, che a giudicare dalla polvere sollevata più che un disco si può definire un vero e proprio evento. Non c’è tempo per esitazioni: il titolo del pezzo che apre l’album, Give Life Back To Music, è disco-funk allo stato puro. Se non bastasse, le intenzioni serie di Thomas Bangalter e Guy de Homem-Christo si palesano in maniera ancora più evidente in The Game Of Love (una ballad a tutti gli effetti, che si contrappone drasticamente al Digital Love di Discovery) e in Within – che inizia con un pianoforte, strumento a dir poco fuori dalla logica daftpunkiana. Del Robot Rock alla Human After All rimane solo qualche detrito: nell’assolo del probabile secondo singolo Instant Crush (con Julian Casablancas degli Strokes al microfono), nelle evoluzioni dell’ispirata Giorgio By Moroder e nei riff cosmici della conclusiva (ottima) Contact.

Inutile girarci intorno: qui il ruolo primario spetta al funk, e con musicisti del calibro di Nile Rodgers, Nathan East e Omar Hakim sarebbe stato francamente difficile pensare a un risultato diverso. Pharrell Williams canta (bene) sul tormentone Get Lucky e sull’affine Lose Yourself To Dance, mentre Todd Edwars collabora in Fragments Of Time, il brano che meglio sintetizza l’ambizione dell’album: ripescare le radici 70/80 filtrandole in chiave post-moderna, alla ricerca di un equilibrio perfetto tra passato, presente e futuro. In quest’ottica lascia senza parole l’interpretazione di una leggenda come Paul Williams in Touch, pezzo dall’architettura sregolata che si snoda tra fiabeschi paesaggi ambient e momenti disco in una struggente altalena di emozioni. E il nostro Moroder? Non smanetta sui synth, ma racconta in prima persona la sua vita in musica nella già citata Giorgio By Moroder. E nel climax recita una frase che fa più o meno così: “Nessuno mi insegnò le regole. Non c’erano preconcetti.” Che poi non è nient’altro che il segreto che si cela dietro alle maschere dei due robot più acclamati del music business.

 

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