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Celebrare il passato rispettando il presente: il grande merito dei Foo Fighters in Sonic Highways

I Foo Fighters tornano nei negozi con Sonic Highways, nuovo e ottavo disco in studio per Dave Grohl e compagni. La recensione dell’album.

foo-fighters-sonic-highways-recensioneIl claim della campagna che lancia il nuovo album dei Foo Fighters recita “Il destino del rock, da una generazione all’altra”. Dopo qualche ascolto di Sonic Highways, ho la certezza che lo slogan non è la solita esagerazione pubblicitaria. Il sound dei Foos si è infatti – almeno in parte – adattato al classic rock statunitense che Grohl aveva già abbracciato in Real to Reel, colonna sonora del suo docu-film Sound City. La produzione stessa, benché il lavoro sia stato rigorosamente registrato in analogico e confezionato dal fido Butch Vig, è molto meno aspra del precedente (e favoloso) Wasting Light, e favorisce un approccio più compassato e maturo all’opera, che sarà molto apprezzato dai meno giovani. Eppure il suono è fresco, per niente appesantito. Motivo per cui anche chi non conosce il mare magnum musicale in cui naviga Sonic Highways, sarà ben felice di ascoltare l’ottavo album dei Foos.

Certo, le accelerazioni assassine di Something From Nothing, rollercoaster emozionale che cita il riff di Holy Diver di Ronnie James Dio, la classica volata The Feast And The Famine e la più sofisticata Outside conservano gli inconfondibili tratti del profilo hard rock che ha sempre caratterizzato il quintetto americano. Ma sono l’atmosfera e l’afflato complessivo di un’opera che avvolge l’ascoltatore dall’inizio alla fine a sorprendere. Benché non ci siano trame o concept a sostenere la tracklist, i pezzi sono efficacemente concatenati uno all’altro, riuscendo nell’impresa di non far calare mai l’attenzione dell’ascoltatore, anche grazie a una durata complessiva saggiamente contenuta in 40 minuti. Un viaggio mentale che si aggiunge a quello fisico: gli otto brani della tracklist sono stati infatti registrati in altrettanti studi delle città musicalmente più significative degli Stati Uniti.

Le aperture al power pop di Congregation e In The Clear, quelle orchestrali e sognanti di I Am River, i tributi ai Queen nell’ambiziosa (a partire dal titolo) What Did I Do?/God As My Witness e l’approccio indie di Subterranean (forse l’unico passaggio a vuoto del lotto) potrebbero far storcere il naso ai fan integralisti dei Foo Fighters. Ma di Sonic Highways bisogna apprezzare la voglia di osare e di rendere omaggio a un mondo importante come quello del classic rock americano dei Settanta (in cui peraltro non è detto siano graditi ospiti). Uno dei grandi meriti di questo album, al netto delle ospitate di personalità come Joe Walsh degli Eagles, Rick Nielsen dei Cheap Trick e Joan Jett, consiste proprio nel riportare sotto i riflettori sonorità che le nuove generazioni, quelle che ingrossano le schiere di fan dei Foos, non conoscono.

Infine un dettaglio da non sottovalutare: Dave e soci si divertono a suonare ciò che maggiormente appaga il proprio gusto in un determinato momento. È successo anche stavolta, e la coesione che ne scaturisce è un valore aggiunto importante nell’economia di un buonissimo album come Sonic Highways.

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