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Gianna Nannini Inno

gianna nannini inno recensione

Gianna Nannini
Inno
Sony Music Italy

Un viaggio rock in cui Gianna Nannini incontra Elsa Morante e Ivan Illich. Sfiora Pablo Neruda. Canta parole scritte per lei da Tiziano Ferro, stringe forte Denny, un amico che non c’è più. Se la prende con la beneficenza, troppo spesso patinata e fasulla. Inno è efficace e commovente. Dodici inediti, tra cui il singolo di lancio La fine del mondo, che incarnano una vera e propria ode alla vita e per la vita. Quella che non ha paura dell’amore, nemmeno di quello perduto. E nemmeno della morte. Sentimenti, critica sociale e un’immancabile ninna nanna per la sua Penelope.

Dopo l’intro di 20 secondi, ecco Indimenticabile. Struggente già dal titolo, scritta a quattro mani col fedele Gino Pacifico, è un pop tormentato da parole crude: «Sei insonnia nelle vene». Un quadro di perfetta inquietudine, incorniciato dal genio orchestrale di Will Malone, produttore del disco. La chiusura allungata e per nulla scontata, cede il passo alla penna di Tiziano Ferro, autore di Nostrastoria. Inizio duro, parole che graffiano “per questa nostra storia da anni in penitenza”. Contrapposti sentimenti dipingono il ritratto di una storia d’amore imperfetta. Dunque vera. Al servizio di una straripante apertura melodica c’è un’andatura black. Nessuna sbavatura, come in quel pizzico di soul che si trova dentro In The Rain, scritta in studio al pianoforte. Sound nuovi sulla voce della Nannini, che si adatta bene.

È il momento di Denny. Gianna avvolge il suo ricordo nell’abbraccio malinconico di una ballata implicitamente Sixties, nel beat e nel tremolio delle chitarre, scritta e composta da lei. Quei “due occhi brasiliani perduti a Marrakech”, richiamano, almeno per i rimandi geografici, a un ormai lontano ma indimenticabile Ragazzo dell’Europa. Si carpisce la presenza di Pablo Neruda, perché anche qui «lentamente muore chi non ama più». Dedica emozionante e fradicia della nostalgia di una stagione andata. Affamata di un furore vitale alla Notti senza cuore.

Dalla nostalgia del passato a quella del presente, che passato diventerà. Ninna Nein: «Una ninna nanna per Penelope, anzi l’ha scritta lei», racconta Gianna. «Ascoltava, diceva “Nein” perché non le piacevano le armonie e ho dovuto cambiare la strofa finché non è stata soddisfatta. Mia madre dice che Penny ha una voce più bella della mia». L’unica canzone del disco in cui gli archi suonano la melodia.

C’è anche un testo scritto in ascensore, Scegli me. Tutta farina del suo sacco, per un impasto inevitabilmente rock. Provocante e maliziosa: «L’allegro richiamo di un sole gitano che sembra il tuo volto che non ti assomiglia». E ancora: «Se non sai di che morte morire, scegli me. Se non sai com’è bello impazzire, scegli me». Alla fine ti convince.

Da un ascensore alle colline del piacentino: la canzone che battezza l’intero album, Inno. «La mia preferita», ha ammesso Gianna. «Un inno alla vita che si trasmette, si tramanda e che rimane vivo dentro, oltre ogni perdita, che sia la fine di un amore o un lutto». Un brano in ascesa che scivola fra le dita. Stessa tematica per Tornerai, con il suo testo esplicitamente ispirato dalle parole di Elsa Morante: «Prima o poi, ovunque tu sei, tornerai dal luogo illune del tuo silenzio”. La Nannini l’ha composta seduta al tavolo su cui lavorava suo papà, nella casa di Siena: «Mio padre cantava Tornerai del Trio Lescano, quando ero piccola, prima di trasferirmi a Milano. Era un messaggio per me. È una canzone sulla rinascita, un modo di comunicare nell’aldilà con qualcuno a te molto caro».

Il rock chiassoso di Dimmelo chi sei, scritta a quattro mani con Isabella Santacroce, evoca un girotondo da grandi. La paura ancestrale di un girotondo in cui «non c’è andata, né ritorno», appunto. Chitarre rock, voce primordiale e lontane tammuriate salentine.

Lasciami stare canta la gioia della separazione. Separazione come amore che, per vivere, deve andare via, accompagnato dal fil rouge di una scelta serena (“lasciami stare”) e di una premessa/promessa (“io per te ci sarò sempre, sempre sai”). Il tutto insaporito da un ritornello contagioso e famigliare.

Il viaggio finisce con Sex Drugs and Beneficenza. Testo e musica, ancora firmati esclusivamente Nannini. L’inno si chiude con una critica sociale, nemmeno troppo velata, che corre su un binario musicale rollingstoniano, fatto su misura. Ispirata a Il mondo salvato dai ragazzini di Elsa Morante e con una riflessione sul pensiero di Ivan Illich (scrittore e filosofo tedesco conosciuto da Gianna a San Rossore durante i convulsi giorni del G8 di Genova), la critica risulta ben riuscita. Incazzata al punto giusto per trasmettere quella credibilità pretesa quando si trattano certi argomenti.

Il viaggio è profondo. Dove passa, lascia un segno. Senza eccessive pretese, percorre in modo sincero gli spigoli di una fragilità umana che, in quanto tale, non risparmia nessuno. In tutto reso maggiormente inciso da arrangiamenti cuciti sulla voce di una Gianna ancora rock, in modo sartoriale.

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