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Hurts Exile recensione

hurts exile recensioneHurts
Exile
(Sony Music)

Risale al 2010 l’esordio degli Hurts di Theo Hutchcraft e Adam Anderson, mancuniani con una predilezione per melodie pop nostalgiche, arrangiamenti vistosi e suoni sintetici non innovativo ma prodotto ad arte. Dopo il successo, la parte più ardua: confermarsi.
Exile apre con una title-track che per note, atmosfera e interpretazione vocale ricorda i Muse, e di brutto. Niente di male, ma quando decidi di maneggiare un cristallo devi fare attenzione, basta poco per mandarlo in frantumi. Non c’è il tempo per valutare l’azzardo, che l’inciso di Miracle cattura l’attenzione scimmiottando i Coldplay di Princess Of China. Il beat mezzo Timbaland di Sandman e una Blind che sembra figlia della citata Miracle non aiutano a farsi un’idea chiara del disco. Al primo ascolto si potrebbe perfino pensare che il riff di Only You sia un tributo ai Fiction Factory di Feels Like Heaven, ma dopo un tot di scopiazzature mal celate diventa impossibile fare i buoni: le idee scarseggiano.
Fortunatamente con The Road e Cupid subentrano sonorità quasi industrial che rinfrescano non poco l’aria stantia, mentre un sottile approccio dubstep salva Mercy dall’anonimato. Quello stesso anonimato in cui finiscono The Crow e The Rope, e dal quale invece rifugge la vigorosa Somebody To Die For. A conti fatti, un po’ pochino per parlare di conferma.

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