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Il Cile Siamo morti a vent’anni

Recensione Il Cile Siamo morti a vent’anniIl Cile
Siamo morti a vent’anni
(Universal) 

Chi è Il Cile? Lorenzo Cilembrini, aretino di 30 anni. Si comincia a parlare di lui dopo la collaborazione con i Negrita, suoi conterranei e grandi sponsor, per i testi di Dannato vivere. Poi il primo singolo, Cemento Armato, che supera 1 milione di views su YouTube (oggi le canzoni si guardano), la collaborazione con i Club Dogo e le apparizioni su prestigiosi palchi come MTV Days e HJF. Ora il disco, prodotto da una major – cosa rara per un emergente, oggi. Perché tutto questo movimento intorno a lui? Perché nelle sue canzoni ci sono testi che raccontano meglio di qualunque giornalista o commentatore da quattro soldi il disagio delle generazioni fottute da questa maledetta crisi. Il realismo del Cile si spinge fino all’autoflagellazione («La più grande guerra che ha perso la mia generazione è quella con se stessa», canta ne Il mio incantesimo) e trova un qualche riparo solo nell’ironia. È già tutto nel titolo dell’album: spietato e divertente. I trentenni non hanno più tempo per i sogni, sono troppo occupati a capire cosa diavolo gli succede intorno. Per questo sono già morti a vent’anni. Gli artisti diventano importanti quando intercettano l’urgenza espressiva di una generazione definendone il linguaggio. Il lavoro del Cile ha questo potenziale. Mezza stella in meno solo perché mi aspettavo suoni più freschi. Ma è comunque tempo di resuscitare.

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