Notizie

Iron and Wine Ghost On Ghost recensione

Iron and Wine Ghost On Ghost recensioneIron & Wine
Ghost On Ghost

(Nonesuch)

Anni fa avevo assistito ad un  bellissimo concerto in un improbabile pub milanese, del vecchio Sam e della sua banda.  Mi aveva colpito molto la sua ricerca intima e personale di sentimenti per lo più malinconici ed introspettivi,  fra dissapori indie folk e melodie da cult band, pieno di silenzi acustici e sprazzi di puro cantautorato. Tutto era molto attraente e nuovo, ma forse troppo indirizzato ad una formula destinata ad un pubblico “estremista”, in totale devozione morbosa,  disposto a  non sottostare a nessun compromesso di contaminazione in onore del barbuto songwriter.

Con il passare del tempo, dopo averci provato con il precdente Kiss Each Other Clean, il progetto  Iron & Wine oggi, devia fortemente in ambienti più pop ed edulcorati, contornandosi di colori, sapori, suoni ed atmosfere molto più solari e coinvolgenti, che convincono e catturano fin dalle prime note, marcando sempre di più la maturazione artistica della band. L’orchestrazione dei pezzi e la corposità della stesura artistica, acquisiscono uno spessore musicale importante, dove ritmi e melodie si alternano piacevolmente segnando un percorso di easy listening senza ritorno. In evidenza l’uso dei fiati che appoggiano dolcemente su delicati arpeggi acustici fra chitarra e piano o che si incastrano leggiadri in accattivanti ritmi sincopati come nell’ incalzante Singer And The Endelss Song.

I fan più legati ai suoni di inzio carriera storceranno il naso in molti momenti del disco, ma il nuovo viaggio di Beam e soci appare fresco, intelligente, attuale, e ricco di  buoni sentimenti. Fra i tanti momenti di rilievo, citiamo il jazz sfrontato di Lover’s Revolution, il groove sghembo di Caught In The Briars, gli echi funk di Low Light Buddy Of Mine e la dolcezza della conclusiva Baby Center Stage. Un corposo passo avanti, un’ artista in cerca di un nuovo futuro.

Commenti

Commenti

Condivisioni