James Blunt guarda al passato, ma con maturità

james blunt moon landing recensione

James Blunt
Moon Landing
(Warner Music)

A tre anni da Some Kind of Trouble, James Blunt decide di tornare al suono delle origini. Gli ingredienti? Tom Rothrock produttore del multiplatino Back to Bedlam, pochi e ben pesati colori sonori ed una solida scrittura sostenuta in alcuni momenti da autori del calibro di Ryan Tedder, con il quale firma il singolo Bonfire Heart. L’album parte con un lento incedere, per poi crescere in un turbinio di atmosfere sonore e ritmi sincopati dal gusto quasi latino come in Postcards.

I brani migliori, da soli, valgono l’album e il brano di apertura Face The Sun è uno di questi. Appena inizia, il suono di una moto in viaggio ci porta lontano dal nostro mondo. Un piano leggero accarezza l’udito e si è catapultati immediatamente in un grandioso brano Pop, con la P maiuscola. Il violino pizzicato di Satellites ricorda alcuni momenti del primo Sting solista. Subito dopo abbiamo il singolo di lancio Bonfire Heart un brano dal timbro e dall’arrangiamento estremamente moderno in cui la penna di Tedder è ben presente. L’album corre e si sviluppa in maniere a volte inaspettate, come in Bones dove Blunt arriva ad esplorare il limite delle proprie sonorità strizzando l’occhio a quel dance pop tanto di moda oggi.

La voce calda e particolare non viaggia costantemente su quei registri angelici a cui il cantautore di Tidworth ci ha abituati, ma guida l’ascoltatore passo dopo passo fino all’ultima traccia, una classica ballad che sorprende grazie ai sapori vagamente blues. Moon Landing potrebbe essere additato come ritorno al passato. Quello che vedo è, invece, l’album maturo di un giovane artista ormai diventato uomo.

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