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Ascoltare il nuovo album dei Jamiroquai (Automaton) è come ritrovare un amico

Se il 2016 è passato agli archivi come l’anno delle morti celebri, il 2017 sembra invece caratterizzarsi sempre di più per i grandi ritorni di artisti che, francamente, si pensava avessero perso per sempre la vena creativa che li aveva resi superstar mondiali. Dopo il caso recente dei Depeche Mode, tocca ora ai Jamiroquai, ma forse sarebbe più appropriato dire al loro leader maximo Jay Kay, tornare prepotentemente alla ribalta con un disco sorprendente, in grado di risultare fresco senza perdere un briciolo di filo diretto col proprio passato.

jamiroquai-nuovo-album-automatonCome avevano già fatto intendere i primi due singoli, Cloud 9 e in particolare la title track, il sound della band si è arricchito di elementi elettronici che, invece di snaturare una proposta che fino ad ora era rimasta sostanzialmente invariata, ne hanno rinfrescato la portata, aumentandone allo stesso tempo la ballabilità.

Se il peggior difetto del precedente Rock Dust Light Star era proprio rappresentato dalla staticità di una serie di canzoni che sembrano semplici scarti di album precedenti, questa volta a colpire immediatamente non sono solo il tiro incredibile e le tipiche soluzioni un po’ paracule di cui il disco è infarcito, ma soprattutto la sensazione che il songwriting di Jason Kay sia tornato finalmente all’altezza della sua fama.

In questo senso, gli elementi elettro di cui è disseminato l’album sembrano allo stesso tempo un’evoluzione dell’acid jazz e la disco funk di ieri, ma soprattutto un omaggio a quei Daft Punk che in questi sette anni il nostro deve aver ascoltato a ripetizione. Che la band si muova su territori che conosce molto bene è indubbio, così come che non sia certo con Automaton che i Jamiroquai vogliano spiazzare completamente il proprio pubblico. Tuttavia in tracce come l’iniziale Shake It On o Nights Out In The Jungle è evidente la voglia di rimettersi in gioco e aprire il proprio sound a nuove strade. Strade che non devono per forza essere inedite o non rimandare a passioni come quella per Giorgio Moroder, i primi Kraftwerk o, appunto, i Daft Punk, ma che, filtrate attraverso la sensibilità della band, assumono sfumature inedite e accattivanti.

Di contro, l’album è infarcito anche di gustose (auto)citazioni e rimandi al proprio passato, così come di temi ricorrenti come quello delle auto di lusso, da sempre la vera ossessione di Kay. Tra i suoi solchi trova spazio anche la malinconia di Dr Buzz, che con i suoi cori femminili, il sax e la lunga parte strumentale spezza un po’ il mood generale dell’opera e la delicatezza di Something About You, forse la ballad più intensa scritta dal gruppo in più di vent’anni di carriera. Il resto è dominato da instant classics che sembra già di sentire dal vivo la prossima estate: la supererlativa Hot Property, che farà la gioia di chiunque abbia amato la band anche solo all’apice del successo, la tiratissima Vitamin e Carla, dedicata alla figlia maggiore di Jay Kay, cui è davvero impossibile resistere.

Insomma, alla fine del cammino, quella che resta è la certezza di aver ritrovato un amico, qualcuno con cui abbiamo condiviso parte del nostro viaggio e che è bello sapere essere ancora in mezzo a noi. Forse un po’ imbolsito, ma non meno credibile di un tempo.

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