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Johnny Marr Playland recensione

Sonorità anni Ottanta e rock godibile in Playland, seconda prova solista dell’ex Smiths Jonny Marr

Johnny Marr torna con il suo secondo album solista Playland. Un disco che ricorda molto i suoni degli anni Ottanta. Ecco la nostra recensione.

Johnny Marr Playland Cover

di Gaetano Petronio

Il suono degli anni Ottanta, con continui spunti di aggiornamento, pare intramontabile. Il nuovo disco di Johnny Marr, ex chitarrista degli Smiths, ne è una prova, accostandosi per sound e intenzioni al nuovo album di Sinead O’Connor e anche alla nuova produzione U2. Le undici tracce di Playland mantengono la struttura tipica della new wave anglosassone, con la sua noia dichiarata e con i riff di chitarra semplici, mantenuti e malinconici. Il sound invece è decisamente indie rock, caratterizzato da chitarre energiche e calde in opposizione a un arrangiamento con temperature più basse.

Si parte con la spasmodica Back in The Box che apre le danze con ritmo veloce e venature dark, per passare all’ipnotica Easy Money che si candida subito ad essere la hit dell’album. Dynamo e Candidate scorrono veloci ed eteree fino a 25 hours che rialza il livello di tensione con il groove del basso e il suo drumming tendente alla dubstep. The Trap riaccende i colori tetri esplorati fino a quel momento e si apre in un’atmosfera più ampia e luminosa mentre la title track Playland torna a correre distorta e tagliente. Gli ultimi quattro brani alternano ritmi sostenuti a cadenze più lente, invogliando a riascoltare tutto da capo.

Un disco energico, volutamente godibile, che certamente si discosta con un certo disincanto dal regime chitarristico degli Smiths. La Thatcher non c’è più e non c’è più il fermento che si creò sotto la sua rigidità ma resta quella forma del rock and roll, curata in modo da essere facilmente digeribile per tutti.

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