Notizie

Justin Timberlake The 20/20 Experience recensione

Justin Timberlake the 20 20 experience recensioneJustin Timberlake
The 20/20 Experience
Sony

A livello di immagine il film è di quelli già visti: icona pop di provenienza boy-band si libera di vestiti alla moda e punta sull’eleganza – un po’ quello che aveva fatto Robbie Williams con Swing When You’Re Winning. Ma se nel caso dell’ex Take That c’era anche una direzione musicale ben precisa a dettare il travestimento alla Frank Sinatra (lo swing, appunto), qui le regole del gioco di Timberlake rimangono sostanzialmente in linea con lo stile che da sempre caratterizza la sua musica: estetica hip-hop e vena soul trovano ancora una volta un equilibrio invidiabile, garantito dal lavoro del suo amico Timothy Mosley (aka Timbaland) in fase di produzione. Ma si diceva “sostanzialmente” non a caso; perché è vero che il Timb-sodalizio lo si  riconosce a mille miglia di distanza, ma comunque dal secondo e ultimo tassello della discografia di Justin (Futuresex/Lovesound, 2006) è passata un’eternità, e il tempo spesso cambia le persone. Justin oggi ha 32 anni e una moglie, e per quanto ci si voglia concentrare unicamente sulla produzione artistica si tratta di due dettagli che non possono passare inosservati.

In effetti The 20/20 Experience fa di tutto per sembrare un disco maturo: l’abito scuro non lo indossa solo Justin, ma anche e soprattutto le sue canzoni. E’ bene dimenticarsi dell’andamento funky aggressivo di Rock Your Body, dei synth trance di My Love o della prepotenza di Sexy Back; qui gli arrangiamenti si buttano volentieri sul vintage con fiati e archi (Pusher Love Girl, Let The Groove Get In), optano per batterie elettroniche morbide di derivazione eighties (Suit & Tie, Strawberry Bubblegum) e ogni tanto fanno capolino sperimentalismi percussivi e linee ritmiche moderne (Don’t Hold The Wall, Tunnel Vision). Ma la goduria suprema è quando passato e futuro si mischiano, come nella visionaria Spaceship Coupe o nella sublime That Girl.

Inoltre la durata del disco supera l’ora, ma i pezzi sono solo 10; se chiedete a Justin cosa gli passasse per la testa quando ha pensato di registrare brani della durata di 7 o 8 minuti lui risponde candidamente: “Se l’hanno fatto i Pink Floyd, I Led Zeppelin e i Queen, perché non posso farlo io?”. Boria? Mica tanto. Ascoltare il lento dispiegarsi di una ballad come Blue Ocean Floors – tra effetti reverse, archi sullo sfondo e appoggi di piano a riempire – non stanca, così come nei 485 secondi di Mirrors (il numero più mainstream dell’album) non affiora la minima sensazione di noia.

Justin Timberlake si è sempre ritagliato un suo spazio nel mondo del pop, raggiungendo il successo percorrendo strade non del tutto convenzionali; sarebbe un vero piacere ritrovare qualche brano di The 20/20 Experience in mezzo alle casse dritte (tutte uguali) che dominano le classifiche di questi tempi.

Commenti

Commenti

Condivisioni