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Kings Of Leon Mechanical Bull recensione

Le ballate e le sfuriate, nel nuovo album le due anime dei Kings Of Leon

Kings Of Leon Mechanical Bull recensioneKings Of Leon
Mechanical Bull
(Sony Music)

Dieci anni fa la famiglia Followill debuttava con un disco crudo e dall’anima quasi punk, basato principalmente su ritmi sostenuti e sfuriate convinte. In Inghilterra – dove si sa che sono sempre più avanti – molti si erano già accorti di loro, ma la consacrazione definitiva a livello mondiale arriva solo con Only By The Night, che – Sex On Fire a parte – puntava tutto su mezzi tempi intrisi di un certo romanticismo. Il successivo Come Around Sundown confermava la tendenza più “matura” della band, ricalcando le intenzioni del predecessore senza sconvolgere più di tanto critica e pubblico.

Un mini-hiatus fa da preambolo al sesto lavoro in studio dei Kings Of Leon, che rimescola le carte fin dai primi singoli estratti: Supersoaker pesta senza rimorsi – ma anche senza arrivare ai picchi di rumore raggiunti in gioventù – mentre Wait For Me si assesta su un ritmo decisamente più calmo e puntella la dolcezza della melodia con arpeggi sognanti. Questo alternarsi è una costante dell’album: da una parte Don’t Matter gioca con un riff praticamente Sex Pistols, dall’altra Beautiful War rallenta e ammorbidisce. Coming Back viaggia dritta e spedita, On The Chin dimezza il tempo e raddoppia la delicatezza. Gran parte di quello che resta è standard KOL, con pezzi ben suonati e interpretati (Temple, Comeback Story, Tonight) e un paio di brani che non lasciano grandi segni (le conclusive Work On Me e Last Mile Home). Spicca – nel bene o nel male decidetelo voi – un episodio che si avventura in ambiti meno prevedibili: Family Tree mischia una linea di basso funky con propositi blues e una piccola dose di gospel, assicurandosi il premio come oggetto meno identificabile del disco.

Chi (come il sottoscritto) si è innamorato dei Kings grazie a Only By The Night incontrerà delle difficoltà a digerire i brani più tirati, specialmente quando manca quasi del tutto la profondità (il già citato Don’t Matter), ma tutto sommato Mechanical Bull si rivela un ascolto scorrevole, vario e d’immediata fruizione.

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