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I Linkin Park tornano al rock duro, The Hunting Party è una fucilata

I Linkin Park con The Hunting Party pubblicano uno dei migliori dischi della loro carriera, smentendo chi li voleva oramai asserviti all’alternative pop. Leggi la recensione.

Linkin Park Milano

Quando i fan della prima ora dei Linkin Park si erano oramai rassegnati a vivere di ricordi. Quando era inevitabile che gli hipster e gli amanti dell’elettronica avessero trovato la band giusta per fingere di essere rockettari. Quando sembrava davvero impossibile che il gruppo dal maggior successo commerciale dell’era crossover degli anni Zero potesse tornare ad aggredire. Insomma, ci siamo capiti: ci sono voluti 11 anni, ma alla fine i LP hanno inciso un altro album clamoroso.

Non si parla più della perfetta fusione tra rap e nu metal che scosse migliaia di adolescenti nel 2000, ma di un rock pesante nel vero senso della parola, con palesi influenze hardcore e quell’elettronica che, per una volta, non è invasiva ma perfettamente al servizio delle nuove tracce. Basta sentire Bennington sbraitare sull’opener Keys To The Kingdom per capire che siamo di fronte a quell’album che sarebbe potuto uscire al posto di Minutes To Midnight del 2007. La conferma che si è tornati a pestare duro sui suoni arriva con la successiva All For Nothing e sul primo singolo Guilty All The Same: grande orecchiabilità, ritornelli esplosivi e impatto devastante.

È ancora poco, però. The Hunting Party è il lavoro più veloce mai scritto dal sestetto di Los Angeles: War è puro punk hardcore, con tanto di assolo sporchissimo, inserito in un sound complessivo del platter per nulla leccato. Due capitoli vicini alle produzioni più recenti sono Until It’s Gone e Final Masquerade, mentre Rebellion (con Malakian) è un’altra botta di energia che ricorda i System Of A Down di Mezmerize. Alla fine A Line in the Sand chiude col botto un disco che difficilmente sarà dimenticato.

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