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Mario Biondi Sun

Mario Biondi
Sun
(Sony Music Italy)

Alzare il tiro sempre di più. È questa la mission del nuovo album di Mario Biondi. Che si potrebbe leggere come un tentativo di autogratificazione dopo il successo ottenuto dal cantante negli ultimi anni, ma qui l’ego non c’entra nulla. Siamo di fronte alla legittima ambizione di un artista che prima ancora che in casa sua guarda ovunque s’intraveda un orizzonte. Del resto, se uno come Jean Paul Maunick, aka Bluey – storico leader degli Incognito – decide di produrti l’album è chiaro che non è un caso né una questione di soldi. Se glielo chiedessi io, non accetterebbe nemmeno per tutto l’oro del mondo. Almeno credo (e spero). E non è un caso nemmeno se a lavorare con Marione siano corse star come Al Jarreau, Chaka Khan, Omar, Leon Ware e James Taylor (l’hammondista inglese, non il cantautore americano), campioni mondiali dei generi musicali black. Biondi si è guadagnato il rispetto e l’ammirazione di questi artisti di livello mondiale perché è una voce di livello mondiale.

Le illustri collaborazioni arricchiscono davvero l’album. Cioè non rimangono solo splendide intenzioni, come tante volte capita in questi casi: la produzione di Bluey dona effettivamente un respiro ampio, internazionale a Sun. Per questo Mario Biondi suona meglio di quanto non avesse mai suonato in passato. E le voci degli altri big presenti nel disco hanno tutto il sapore di gustosi frutti di bosco su una torta gelato fresca e molto buona anche senza rifiniture.

C’è un grande intreccio di generi e stili dentro l’album e persino dentro i singoli brani, come del resto nelle puntate precedenti. Anche se è facile individuare jazz puro (Come To Me), soul in dosi massicce (Never Stop e Low Down su tutte), disco music anni 70 (What Have You Done To Me) e quel tipico acid jazz (Shine On, il primo singolo) che è il vero marchio di fabbrica di Biondi dai tempi di This Is What You Are. C’è persino un brano in italiano (La voglia, la pazzia, l’idea).

Tutto confezionato alla grandissima. Ecco, forse nei due principali pregi dell’album, varierà e qualità, ci sono anche i due potenziali punti di debolezza: poniamo che uno voglia per forza obiettare qualcosa, potrebbe dire che dentro Sun c’è troppa roba e che suona fin troppo pulito e perfettino. Potrebbe. Perché poi si riascolta le 15 tracce con calma, una ad una (compresi Intro e Outro), si concentra sulla voce di Mario – su cui non vale la pena aggiungere nient’altro a quanto già detto in passato – e si accorge della cazzata che ha detto.

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