L’estro e il gusto di Martin Gore non si discutono

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La mente dei Depeche Mode pubblica il suo secondo album solista. Martin Gore si dimostra sempre all’avanguardia nello sperimentare. La recensione di MG.

Circola qualche indiscrezione su un possibile album dei Depeche Mode previsto per il 2016, ma sono voci tutte da confermare. Intanto Martin Lee Gore – che non è mai stato un tipo che ama stare con le mani in mano – terminato il Delta Machine Tour ha pensato bene di tenersi occupato con un nuovo lavoro, intitolato semplicemente MG, che diventa il secondo tassello ufficiale della sua discografia solista.

Circa un quarto di secolo fa (1989) Martin aveva inciso 6 cover, raccogliendole nell’Ep Counterfeit. Quattordici anni dopo – mentre Dave Gahan si isolava con il suo Paper Monsters e Andrew Fletcher era rimasto folgorato dalle CLIENT e si stava concentrando sulla produzione del loro debutto – Gore approfondiva l’argomento cover pubblicando l’album Counterfeit2, per sua stessa ammissione «una raccolta di canzoni che avevano influenzato la mia scrittura con i Depeche Mode».

Oggi però il discorso è completamente diverso. L’attitudine di MG prende le distanze dalla forma canzone ed è direttamente collegabile ai recenti esperimenti in studio con Vince Clarke. Tre anni or sono i due avevano creato un progetto (sinteticamente abbreviato con le iniziali VCMG) che lasciava completamente da parte le voci, sbizzarrendosi con la techno e più in generale con la musica da club. Il disco era curato e di qualità, ma per ovvie ragioni – leggi: lo strapotere pop e il valore storico dei Depeche Mode – se lo ricordano in pochi.

MG farà inevitabilmente la stessa fine. Anzi, probabilmente se ne starà buono buono sullo sfondo, trasformandosi immediatamente in un mero feticcio riservato agli accaniti sostenitori di ogni singola nota che proviene dalla mente di Gore e agli appassionati di musica elettronica pura. Se Ssss (questo il titolo dell’album sfornato da Clarke e Gore nel 2012) poteva trovare terreno fertile perlomeno nelle playlist dei dj (non è un caso che venne “suddiviso” in 3 Ep e presentato in anteprima esclusiva su Beatport), qui l’affare si fa decisamente più elitario.

Siamo lontani anni luce dall’ottica dancefloor, e i 16 brani aprono a sperimentazioni senza compromessi. Dalle sospensioni nel nulla di Islet ai cervellotici arpeggi di Pinking, dalle ostinate terzine acide di Brink alla crudezza di Crowly, dalle nebulose Trysting e Hum alle più spensierate (ma comunque ostiche) Spiral e Stealth traspare la ferma intenzione di non porsi limiti e lasciare via libera all’immaginazione. Così i temi di Elk e Southerly sembrano la colonna sonora di un film di fantascienza (incantevole la seconda, che pare una composizione orchestrale eseguita da strumenti elettronici), mentre episodi come Exalt, Creeper e Swanning concedono pochissimo alla melodia, concentrandosi quasi esclusivamente sul suono.

Fatte le dovute premesse (prima fra tutte il fatto che l’ascolto di questo disco presupponga interesse verso composizioni elettroniche strumentali), il consiglio è quello di lasciarvi trasportare senza fare domande: l’estro e il gusto di Martin Gore non si discutono.

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