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Ai Metallica bastava un solo disco

La buona notizia è che i Metallica hanno ancora voglia di fare musica. Quella cattiva è che forse ne hanno anche troppa. Hardwired…To Self Destruct, è il decimo album in studio dei Nostri. Esce otto anni dopo il precedente Death Magnetic e certifica il buono stato di salute di questo allegro (e leggendario) quartetto di cinquantenni.

In un’epoca in cui la musica viene consumata e dimenticata a colpi di singoli di tre minuti, i Metallica scelgono la strada opposta, già battuta lo scorso anno dagli Iron Maiden, per tornare sul mercato. Un doppio disco, quasi ottanta minuti di musica e dodici pezzi nuovi di zecca. L’entusiasmo e la convinzione dei quattro è palpabile in ogni traccia del nuovo lavoro. La produzione (senza dubbio la migliore dai tempi gloriosi del Black Album) ci regala i Metallica in presa praticamente diretta senza trucchi e senza inganni: l’effetto live è dirompente tanto quanto l’impatto frontale del primo cd. Dalle sfuriate thrash metal di Hardwired all’heavy classico e ispiratissimo di Atlas, Rise!, fino all’epicità di Halo On Fire, passando per il mid tempo monolitico (riconducibile all’epoca di Master Of Puppets) di Dream No More, i primi 37 minuti del disco trascorrono che è una meraviglia.

La domanda che ci assale ora è “Perchè non si sono fermati qui?”. Interrogativo lecito, specialmente al termine del secondo cd, prolisso e poco ispirato rispetto ai primi sei pezzi. Se da un lato, come detto in apertura, è evidente quanto i Metallica puntino su ogni singolo brano del lotto, l’eccessiva omogeneità che si riscontra a partire da Confusion (titolo perfetto, a voler essere cattivi) fino a Murder One (tributo a Lemmy Kilmister, compianto leader dei Motorhead e icona di un genere intero) fa purtroppo calare le quotazioni di un lavoro fino a quel momento solido e ben costruito. Il ritmo cambia raramente, assestandosi su mid tempo che difficilmente scuotono l’ascoltatore, la cui attenzione cala presto di fronte all’ennesima rullata di Lars Ulrich (a tratti irritante a lungo andare per assenza di fantasia e fill di livello) o a soluzioni stilistiche già ascoltate nei precedenti brani. A poco servono ManUNkind, firmata anche da Robert Trujillo (il cui basso a dire il vero si sente parecchio in ogni traccia, una discreta novità in un disco dei Metallica), e la conclusiva e velocissima Spit Out The Bone, dove James Hetfield suggella una prova vocale e ritmica complessiva da urlo, cercando di addolcire la seconda parte di un lavoro che sarebbe stato decisamente migliore se fosse finito mezz’ora prima.

Hardwired…To Self-Destruct si guadagna in ogni caso la sufficienza piena, lasciando un po’ di rammarico a chi, dopo le premesse iniziali, aveva sperato di trovarsi di fronte a un disco dallo spessore significativamente maggiore.

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